Esistono ancora negozi di abbigliamento in cui la cura del rivenditore nella scelta dei tessuti e dei colori naturali, nel gusto, nel design e nella fattura, offre abiti di buona qualità che accendono la creatività e accompagnano le donne nel tempo. Capi sostenibili a prezzi più che ragionevoli

La moda low cost sta ormai omologando i magazzini e le rivendite di abbigliamento con acquisto “fai da te”. Stufa di vedere capi confezionati in serie, del tipo usa e getta, prodotti con dubbi componenti e magari senza alcun rispetto per chi li lavora, sono andata in giro alla ricerca di risposte e proposte diverse. E le ho trovate in un negozio di abbigliamento e accessori, decisamente diverso, che offre abiti con un gusto e un’attenzione personale nelle confezioni e negli accessori che le accompagnano.
Ho fatto alcune domande a Romina e Pina della boutique Pois Nero a Ladispoli. Una frase di Romina mi ha colpito subito: “La moda è amore, un abito non deve solo star bene addosso, deve farti innamorare”. In altre parole, mi ha spiegato, un abito non è qualcosa che ti metti addosso per sentirti attraente, ma è una sorta di “imprinting” immediato, un’emozione alchemica di tatto vista e fragranze, composta di tanti fattori: tessuti, colori, linee, che rendono un capo giusto per te e ti donano uno stile unico e personale. E si riferiscono proprio alle confezioni prêt-à-porter che non hanno le pretese di firme da stilista con relativi prezzi.
Da qui abbiamo approfondito l’argomento. I tessuti: ritornare alla qualità dei tessuti naturali di una volta, prima che la plastica invadesse le produzioni di abbigliamento. Cotone e lino, naturali, freschi e odorosi che mantengono aerato il corpo, (non si intridono degli odori dei polimeri plastici) non si deteriorano con i lavaggi e si mantengono nel tempo. Un capo che anche quando ci si stanca di portare non si getta, ma si può riadattare, si ricicla o si può rivendere. Per esempio, negli anni cinquanta e sessanta, quando i polimeri derivati dalla lavorazione dei combustibili fossili non erano ancora impiegati nel tessile, le donne (anche quelle della middle class) per lo più preferivano spendere acquistando pochi capi ma di qualità, piuttosto che riempire gli armadi di vestiti a tempo determinato e a basso costo: nelle loro valige insomma si trovavano un abito di stile, cosiddetto “buono”, per l’estate ed uno per l’inverno, qualche gonna e camicetta, ma tutto in stoffe rigorosamente naturali e resistenti nel tempo. Abiti che potevano passare anche dalle sorelle maggiori a quelle minori e, con qualche piccola modifica, erano ancora portabilissimi.

Romina e Pina vendono da tempo capi di abbigliamento e accessori privi di componenti artificiali. Trovare le aziende che li producono richiede parecchio impegno, perché in Italia si è abbandonata nel tempo la coltivazione tradizionale del cotone che finora si è importato dall’estero con un’inevitabile maggiorazione del prezzo. Ora finalmente in Italia si comincia a vedere un aumento della produzione del cotone organico o biologico prodotto da piccole aziende agricole e certificato secondo gli standard dell’agricoltura biologica che non impiega semi di cotone geneticamente manipolati e pesticidi chimici come accade invece per la coltivazione tradizionale del cotone. La differenza tra il cotone tradizionale e quello bio, inoltre deriva anche dal modo in cui sono raccolti: il cotone tradizionale è generalmente raccolto a macchina, un processo più veloce che però rovina le fibre. Il cotone organico, invece, è raccolto a mano in modo da preservare la purezza delle fibre. Anche le tecniche di lavorazione come lo sbiancamento e la colorazione delle fibre, che per la grande produzione tradizionale di cotone si avvalgono di processi chimici e sostanze artificiali, avvengono con procedure assolutamente naturali per il cotone organico. Per questo motivo i capi “bio” sono più morbidi e durevoli e solo poco più costosi. Naturalmente questo tipo di produzione mantiene intatta la salute del suolo, degli ecosistemi e delle persone.
Un’altra fibra naturale che si trova nei capi presenti in negozio è la viscosa “Ecovero”, che io non conoscevo e che deriva dalla lavorazione della polpa del legno attraverso un processo sostenibile circolare. Si tratta di un’innovazione, una speciale fibra di cellulosa che è completamente rinnovabile. Il legno utilizzato nella sua produzione proviene da foreste gestite in modo sostenibile. Nella sua produzione si usano fino al 50% in meno di acqua e di emissioni di Co2 rispetto alla viscosa standard. Anche il procedimento di estrazione di questa fibra avviene in maniera il più possibile naturale. Ho potuto toccare in boutique questi capi di viscosa organica e sperimentare di persona che hanno una trama piacevole, sono leggeri e delicati al tatto e hanno una bassa tendenza a elettrizzarsi. Oltrettutto sono anche molto resistenti, non si deformano e non si restringono quando sono lavati.
Secondo argomento il design delle stoffe che non è più il risultato di una creazione artistica se non per la haute couture e per le piccole aziende artigianali, mentre prima anche la gran parte dei medi produttori di stoffe sbrigliavano la loro creatività abbinando disegni e colori e ricami.
I colori. Un criterio di selezione delle piccole aziende che forniscono al Pois Nero gli abiti in cotone e lino si basa anche sull’impiego di colori naturali prodotti da frutti ed erbe. Sono resistenti e non pericolosi al contatto con la pelle, al contrario per esempio del nero dei tessuti artificiali low cost che al calore reagiscono trasferendo diossina sulla pelle. Con le conseguenze per la salute che si possono immaginare.
Niente pelle e niente di sintetico anche per gli accessori: pashmine, foulard, cappelli e borse in cotone, paglia e viscosa di bambù; orecchini e collane in legno o in metalli da riciclo.
Un’ultima riflessione verte sul settore commerciale. La produzione di massa a basso costo ha portato cambiamenti anche per molti odierni esercizi, perché c’è chi per loro sceglie la produzione, le stoffe, i colori e le stampe. Alla gran parte dei rivenditori per lo più arriva merce già pensata da qualcun altro, non scelta da loro, ma prescritta sulla base di asettiche indagini di mercato condotte a monte sui bisogni di una clientela condizionata dai modelli consumistici importati nel tempo, che ha prodotto il “basso costo a tutti i costi”. Sono rimasti in pochi, e sono tipicamente singoli e piccoli negozianti, quelli che hanno ancora voglia di mettere impegno nella ricerca e nella scelta accurata di quanto poi intendono vendere alla propria clientela. Mancano perciò queste figure che comunque sono un collegamento importante tra le richieste della clientela e la produzione aziendale. E in un Paese come il nostro, ha concluso Romina, è davvero un cosa deleteria. Non dobbiamo dimenticare che la fama del Made in Italy è nata grazie alle piccole realtà e agli artigiani di molti settori.
M. A. Melissari
26 giugno 2023
Scelte sostenibili