Ogni fine ha un inizio

di Alessandro Bertirotti

La nostra casa è il nostro cuore.

Siamo alla ricerca di quelle sorprese che ci fanno capire dove siamo, da dove siamo davvero venuti e in quale direzione ci stiamo dirigendo.

E non esiste futuro, senza stelle.

Nessuno di noi cammina guardando i propri piedi, perché lo abbiamo fatto quando abbiamo imparato a camminare, e in quel tempo necessario per rendere automatica questa sequenza importante di passi. Procediamo senza coscienza del nostro stesso incedere. Ma, ecco, quando arriva la sorpresa siamo costretti a fermare lo sguardo, per restare dentro di noi, e chiederci se siamo davvero umili. Esiste un’umiltà, quella migliore, secondo me, antropologica, e che deriva dal significato etimologico del termine, humus, terra.

Auguro a tutti noi, un periodo di sorprese, perché sono proprio loro ad essere i nostri “avvisi di chiamata”. Mentre crediamo che tutto possa procedere come il giorno prima, nelle nostre sicurezze, l’avviso di chiamata ci conduce altrove, ad ascoltare una nuova voce, e magari proprio quella che abbiamo desiderato da sempre. E de sidera, è l’etimologia del verbo desiderare: attorno alle stelle.

Ecco perché dedicarsi all’ambiente significa prima guardare le stelle, tendere la nostra mano verso di loro e ammirare il miracolo di questa misteriosa presenza nella nostra vita, nella nostra mente. E proprio quando crediamo di aver finito di stupirci, di essere giunti al termine delle nostre sorprese, possiamo ancora riconoscere l’avvento di quel segnale che ci invita a cambiare. E senza cambiamento, sia esso più o meno palese, non possiamo brillare. Noi siamo l’ambiente, perché siamo proprio come le stelle, quelle stesse tanto amate di Shakespeare. È lui che ci ricorda di quale sostanza siano composti.

Sì, polvere, come la terra, ma con gli occhi che riflettendosi nelle stelle, comprendono l’infinità della materia. Perché anche noi siamo infiniti, proprio quando crediamo di essere limitati.

Noi, tutti noi, siamo la sorpresa più sospesa. Manteniamoci, per favore, così: un’alba che sa dare un nome ai propri baci.

Ce lo ricorda Pablo Neruda.

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