Il triste fenomeno del cibo sprecato perché “brutto” per il mercato

Se frutta e verdura non sono conformi ad alcuni requisiti standard che fanno parte delle norme europee per la commercializzazione, sono “brutti” e perciò vengono scartato dalla grande distribuzione e, invece di alimentare le persone, vanno ad alimentare lo spreco. Si tratta di un vero paradosso che ha suscitato l’interesse di alcuni ricercatori dell’Università di Edimburgo il cui studio evidenzia il problema degli sprechi agro-alimentari causati dall’applicazione di “standard cosmetici” imposti dall’Unione Europea. Gli autori sostengono che i requisiti estetici comunitari impediscono a una rilevante quantità di prodotti ortofrutticoli di arrivare sui banchi dei supermercati e quindi molti dei prodotti scartati rimangono del tutto inutilizzati, finendo così per essere gettati via al primo passaggio della catena produttivo-distributiva. La coltivazione di ortofrutta produce, inoltre, una considerevole quantità di gas serra e questo indipendentemente dal fatto che frutta e verdura vengano poi consumate o meno. In parole povere, quindi, alla quantità di cibo sprecato lungo la filiera agricola si aggiunge anche un inutile contributo al danno ambientale.
I dati che emergono dalla ricerca sono piuttosto allarmanti: ogni anno, l’Europa getta via tra i 3,7 e i 51,5 milioni di tonnellate di frutta e verdura considerati “brutti”, di cui 4,5 milioni solo in Gran Bretagna. Il 17% di tutto il prodotto ortofrutticolo destinato al consumo umano viene quindi sprecato direttamente nelle aziende agricole perché giudicato inadatto al consumo. Si tratta di numeri preoccupanti, soprattutto se pensa che 821 milioni di persone al mondo soffrono la fame (dati FAO 2018).
Tra le varietà di frutta e verdura maggiormente interessate dal fenomeno, la parte da leone – o sarebbe meglio dire da brutto anatroccolo – la fanno le patate che, con circa 7,9 milioni di tonnellate, costituiscono il 55% dei vegetali gettati via ogni anno. Nel mirino anche carote, cipolle e brassicacee (cavoli, rape, etc.): quelle esteticamente inaccettabili vengono eliminate al ritmo di 12 milioni di tonnellate all’anno. Ironia della sorte, proprio patate e carote sono anche tra le principali responsabili delle emissioni di gas serra correlate allo spreco agricolo in Europa e nel Regno Unito. In generale, infatti, su un totale di 426 milioni di tonnellate di CO2e prodotta dal settore agricolo nei paesi dell’Unione, il 5% è legato alle coltivazioni di frutta e verdura buttati a causa del loro aspetto. Queste le princiapli cause di questi sprechi: se è vero che da un lato gli agricoltori devono rispettare i loro obblighi contrattuali e assicurare il rifornimento di determinate tonnellate di prodotto, dall’altro tuttavia gran parte del loro raccolto viene buttato a causa dei requisiti estetici imposti dalle leggi comunitarie che stabiliscono le dimensioni minime e le forme “consentite”, affinché i prodotti risultino del tutto omogenei tra loro, standardizzati appunto, e per questo molto più facili da impacchettare rispetto ad analoghi frutti e ortaggi di proporzioni diverse o inconsuete. Le norme di commercializzazione applicate dall’UE servono, pertanto, a definire dei parametri condivisi di classificazione degli alimenti e hanno lo status di raccomandazioni al fine di agevolare gli scambi commerciali tra i diversi Paesi. Queste indicazioni rientrano anche in una più generale verifica della salubrità e qualità di frutta e verdura, che ha lo scopo di regolamentare la vendita di prodotti freschi all’interno degli Stati membri e tutelarne la qualità e i consumatori: l’Articolo 14 del General Food Law Regulation Europeo stabilisce infatti che “gli alimenti a rischio non possono essere immessi nel mercato”.
Rivenditori, supermercati e clienti finali sono gli altri responsabili dello spreco agroalimentare legato a ragioni estetiche. Oltre ai parametri nazionali e internazionali, infatti, lungo la filiera produttiva e distributiva vi sarebbero numerose manifestazioni di pregiudizi arbitrari o legati a ragioni commerciali. I rivenditori per primi sono autori di una scelta d’acquisto basata su criteri estetici, in un sistema commerciale oligopolistico e dispari, in cui cioè i punti vendita sono concentrati nelle mani di poche grandi catene rifornite da tanti piccoli produttori agricoli, la proliferazione di ulteriori, presunti, standard qualitativi è una realtà difficile da contrastare. Infine, i consumatori che poco abituati a vedere frutta e verdura “anormale”, sono portati di conseguenza a scegliere ciò che risulta familiare, assecondando il principio che “bello è anche buono” e l’idea che non valga la pena spendere soldi per qualcosa che non sia apparentemente perfetto.
Per contrastare il fenomeno, sono molte le proposte tese a migliorare la situazione e arrivano da più parti. I ricercatori scozzesi suggeriscono di intervenire sui tre anelli della catena, produttori, rivenditori e consumatori; mentre il BCG ha costruito un modello che si basa su 13 azioni specifiche che possono essere messe in pratica lungo la filiera. Non mancano poi le iniziative private e pubbliche, e i provvedimenti legislativi che lavorano nella stessa direzione. Tra i casi più rilevanti in Italia rientra sicuramente il progetto Non spreco perché, nato a seguito della recente approvazione della Legge Gadda, che mira alla riduzione drastica degli sprechi e al recupero degli alimenti ancora commestibili. A livello europeo, non si può non citare la Francia, vera pioniera delle misure antispreco e prima tra i paesi comunitari a stabilire l’obbligo per i supermercati di ricollocare i prodotti in scadenza o invenduti grazie alla cooperazione con le ONG del territorio. Francese è anche la catena di supermercati Intermarché che nel 2014 ha lanciato la campagna “Inglorious Fruits and Vegetables”: una vera e propria celebrazione della normale bruttezza di carote, arance e simili, presentate in banchi appositi e vendute al 30% in meno. Antesignana del genere, Intermarché ha dato il la a iniziative successive, come le inglesi “Wonky Veg” di Asda e “Perfectly imperfect” di Tesco.

di APS Litorale Nord

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