Piovono microplastiche ovunque in alta montagna

Aria di montagna, buona per definizione, se non si conta che negli ultimi anni sono state individuate anche in numerose aree montane del globo particelle di plastica sospinte dai venti in concentrazioni comparabili a quelle delle grandi città.

Sul totale di campioni di acqua piovana raccolti in varie zone del Colorado e analizzati al microscopio un anno fa, oltre il 90% ha mostrato la presenza di fibre, frammenti e granelli di plastica. Anche quelli relativi a zone in quota delle montagne rocciose, oltre i 3.000 metri.
“It is raining plastic” (Sta piovendo plastica) è il documento che raccoglie i risultati delle analisi condotte dal team di Whiterbee dello US Geological Survey, intraprese allo scopo di analizzare l’inquinamento da azoto nell’acqua piovana che bagna le montagne del Colorado, che hanno poi rilevato l’amara sorpresa, sollevando nuove perplessità in merito al quantitativo di residui plastici in grado di trasferirsi tramite acqua, suolo e aria in ogni angolo del globo. Ormai anche gli angoli più remoti del pianeta le superfici innevate mostrano la presenza di frammenti plastici e fibre polimeriche al di sotto dei 5 mm di lunghezza. Componenti prodotti dalla disgregazione di materiale plastico di rifiuto disperso nell’ambiente anche a centinata di chilometri di distanza.

Avvicinandosi al nostro continente la situazione non è poi migliore: le microplastiche non si ritrovano soltanto nelle piogge che bagnano le Montagne Rocciose ma anche nella neve che cade su Pirenei e Alpi. Secondo uno studio degli scienziati dell’Università di Strathclyde in Scozia e dell’EcoLab di Tolosa, coordinato da Steve Allen e Deonie Allen e pubblicato su Nature Geoscience, per cinque mesi tra il 2017 e il 2018, una media giornaliera di 365 particelle di plastica uguali o minori di 0,3 millimetri trasportate dal vento si è depositata su ogni metro quadrato di un’area disabitata e teoricamente incontaminata dei Pirenei francesi, a 1500 metri di quota: in questa zona remota, a 7 km dal più vicino villaggio e a un centinaio di km da Tolosa, vi è – ora sappiamo – una quantità paragonabile a quella che piove sulle grandi aree urbane come Parigi, con 12,5 milioni di abitanti, o la metropoli cinese di Dongguan, con oltre 8 milioni di abitanti.
Il co-autore dello studio Steve Allen ha confermato che nel corso dell’indagine è stata raccolta anche una polvere molto fine di color arancione, tipo quarzo. Si trattava probabilmente di sabbia sahariana, perché altri studi in precedenza hanno rilevato la presenza di queste particelle grandi circa 400 micron, in grado di viaggiare per migliaia di chilometri. Ma ha anche aggiunto: “nessuno sa per quali distanze siano in grado di spostarsi le particelle di microplastica”, mettendo in guardia tutti sul fatto che stiamo creando un “pianeta di plastica”. E lo sostiene con ragione: l’8% del petrolio estratto dal sottosuolo serve a produrre plastica. L’anno scorso ne sono state prodotte oltre 350 milioni di tonnellate. Nel 2015 sono state prodotte 420 milioni di tonnellate di plastica quando nel 1950 erano appena due milioni. Si calcola che dal 1950 ad oggi sono stati prodotti complessivamente oltre 8,3 miliardi di tonnellate di questi polimeri artificiali, 600 milioni di tonnellate dei quali sono stati riciclati e altri 800 milioni di tonnellate bruciati. Il resto, ossia 6,9 miliardi di tonnellate di plastica, se non è ancora utilizzata, sono stati interrati o dispersi nella natura.

Altri ricercatori dell’Università di Milano e Milano-Bicocca hanno analizzato i sedimenti di quello che era un tempo il grande Ghiacciaio dei Forni, uno dei più importanti apparati glaciali italiani: a circa 3.000 mt di quota nel Parco Nazionale dello Stelvio, in Lombardia, i dati raccolti stimano che potrebbe contenere da 131 a 162 milioni di particelle di plastica. Queste hanno origine sia locale, “data ad esempio dal rilascio e/o dall’usura di abbigliamento e attrezzatura degli alpinisti ed escursionisti che frequentano il ghiacciaio”, sia diffusa, “trasportate da masse d’aria, in questo caso di difficile localizzazione”. I ricercatori, come si legge sul sito dell’ateneo, hanno ritrovato poliestere, poliammide, polietilene e polipropilene “nella misura di 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento”. Il dato, si precisa, “è comparabile al grado di contaminazione osservato in sedimenti marini e costieri europei”.

Questi studi confermano i dati raccolti nell’Artico, dove nei campioni prelevati dai ricercatori in cinque regioni del Mar Glaciale Artico sono state rilevati quantità di microplastiche da capogiro. Come si legge nell’articolo “White and wonderful? Microplastics prevail in snow from the Alps to the Arctic”, pubblicato dal team di ricerca svizzero-tedesco su Science Advances, sebbene invisibili ad occhio nudo, sostanzialmente ricoprono a tappeto la superficie dell’Artico. Il numero di frammenti per litro arriva fino a 14.000, con una media tra i campioni raccolti e analizzati tramite imaging a infrarosso tra il 2015 e il 2017 nello stretto di Fram che separa le Svalbard dalla Groenlandia, pari a 1.800 frammenti per litro.

In campioni di neve raccolti per comparazione nell’arcipelago tedesco di Helgoland, sulle Alpi svizzere, in alcune località bavaresi e a Brema, le quantità diventano ancora più vertiginose. I rilievi effettuati hanno portato a una media di 24.600 frammenti per litro, con un picco eccezionale di 154.000 in una località rurale della Baviera.
Le aree tester selezionate per lo studio sono state 21, tra le Svalbard e l’Europa Centrale. Tra queste soltanto due sono risultate prive di inquinamento plastico o quasi: un punto nell’Artico e un nevaio nel cantone svizzero dei Grigioni.

M.A. Melissari

7 agosto 2020

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