COP26: più positivo o più negativo nei 2 giorni di apertura? L’impegno della società civile resta comunque importante

Si è conclusa ieri la 2 giorni di apertura della COP26 alla presenza della gran parte dei leader mondiali che hanno dato l’avvio alle giornate di sessioni e negoziati tecnici destinati a protrarsi sino alla prossima settimana, per mettere a punto gli accordi dei governi.

Positivo: 1) Stop alla deforestazione, 110 Paesi si sono impegnati in questo decennio a “proteggere e ripristinare le foreste della Terra”entro il 2030 con un investimento da 19,2 miliardi di dollari di fondi pubblici e privati; 2) Più di 100 Paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni di metano almeno del 30% entro il 2030 (rappresentano il 70% del Pil mondiale, ha detto Biden). 3) Stati Uniti e Europa convergono sull’urgenza di interventi per abbattere di 1,5 gradi il riscaldamento globale entro il 2030.

Tra i firmatari della “Dichiarazione di Glasgow su foreste e terra” ci sono anche la Cina di Xi Jinping, la Russia di Vladimir Putin e il Brasile di Jair Bolsonaro, Paesi che coprono l’85% del patrimonio forestale del globo insieme a Indonesia, Repubblica Democratica del Congo e Colombia, oltre a Stati Uniti e Canada. Singolare (e speriamo davvero positiva) posizione del Brasile, il cui presidente attuale, Jair Bolsonaro, si è guadagnato negli anni del suo mandato l’ostilità di gran parte dell’oprinione pubblica mondiale avendo accresciuto e non certo attenuato, il disboscamento senza tregua della colossale selva pluviale amazzonica.
Saranno quindi mobilitati 5,3 miliardi di sterline di investimenti privati, di cui un miliardo sarà dedicato alla protezione del bacino del Congo, che ospita la seconda foresta tropicale più grande del mondo.Anche 30 multinazionali finanziarie e assicurative, tra le quali Aviva, Schroders e Axa, si sono comunque impegnate a sospendere ogni investimento che aggravi la deforestazione. E se la richiesta da parte dei consumatori, cioè di tutti noi, di utilizzare solo legno certificato si allargherà, le promesse potranno essere davvero mantenute. Cauto ottimismo espresso da Boris Johnson.
Luci e ombre sulla riduzione di emissioni di metano. L’America e l’Unione Europea hanno annunciato un impegno globale sul metano che mira a ridurre le emissioni antropogeniche del gas serra responsabile del riscaldamento più di qualsiasi altro salvo l’anidride carbonica. I tagli previsti sono del 30% entro il 2030, misurati rispetto ai livelli del 2020. John Kerry, l’inviato americano per il clima, ha affermato che più di 100 paesi hanno ora firmato l’accordo a lungo pubblicizzato e non vincolante. America e Canada hanno affermato che avrebbero introdotto nuove normative per ridurre la quantità di metano emessa dalle loro industrie petrolifere e del gas. Ma la Cina, il più grande emettitore di metano al mondo, non era tra questi e nemmeno l’India o la Russia; L’industria del gas russa perde molto metano nell’aria. Altre fonti di metano includono l’agricoltura, in particolare bovina e riso, con oltre 300 milioni di tonnellate attualmente emesse ogni anno a causa delle attività umane. Negli ultimi anni la riduzione delle emissioni di metano e di altri cosiddetti “fattori climatici a breve termine” è stata riconosciuta come una parte sempre più importante della lotta ai cambiamenti climatici. Sebbene il metano abbia una vita abbastanza breve nell’atmosfera, mentre è lassù è un gas serra estremamente potente: una tonnellata di esso provoca un riscaldamento 86 volte maggiore dell’equivalente quantità di CO2 nei 20 anni successivi alla sua emissione. Il taglio del metano avrà un rapido effetto sulle temperature.

Negativo: 1) L’assenza dei leader di Cina e Russia che, insieme all’India, sono i responsabili della maggior quantità di immissioni di CO2 che alimentano la minaccia dei cambiamenti climatici. 2) Cina e India frenano sulle emissioni zero: l’obiettivo sembra slittare al 2070, ma sarebbe davvero tardi. Narendra Modi, Presidente dell’India ha annunciato che l’India punterà a zero emissioni nette solo entro il 2070 e non come invece si era stabilito entro il 2050, e Pechino ha aumentato anche la produzione giornaliera di carbone.

Decarbonizzazione e contenimento delle emissioni nocive che alimentano la minaccia dei cambiamenti climatici sono le questioni chiave sul tavolo in merito all’impegno a mantenere l’innalzamento delle temperature del globo entro il tetto di 1,5 gradi in più rispetto all’era pre-industriale; e soprattutto sui tempi per passare dalle parole ai fatti: questioni che continuano a dividere i Paesi, inclusi quelli più grandi e storicamente responsabili dell’inquinamento, lungo linee di faglia ispirate a enormi interessi geopolitici, economici e magari a calcoli di consenso interno. La partita in gioco è la decarbonizzazione al 2050 con metà del percorso da fare al 2030. La gran parte egli interventi, non vanno oltre le belle parole e andando avanti così sembra proprio che nel 2030, invece di una riduzione del 45% delle emissioni potremmo avere un aumento del 16%.
I leader di Cina e Russia non ci sono. In linea con quanto dichiarato da Joe Biden al G20 di Roma, aumentano le tensioni con Cina e Russia e, si legge nel resoconto tecnico da Glasgow firmato da di Toni Federico per Italy for Climate, anche in questo contesto potrebbe essere interpretata l’assenza di Vladimir Putin e Xi Jinping da Glasgow. Per molti anni, la Russia non ha preso sul serio il cambiamento climatico. Ad un certo punto, Mosca celebrava l’aumento delle temperature perché ha aperto nuove rotte marittime nell’Oceano Artico. Poco più di un decennio fa, la Cina si è fortemente opposta alla riduzione delle emissioni causate dalla sua crescita economica in forte espansione alimentata dal carbone, puntando il dito sulle responsabilità delle nazioni sviluppate. Le cose sono cambiate. Tuttavia, ora sia la Cina che la Russia riconoscono la sfida climatica e stanno elaborando strategie per affrontarla, sebbene in modi che soddisfano il loro interesse nazionale immediato. La Cina, in particolare, ha sofferto di un inquinamento atmosferico mai visto nel mondo occidentale. Ora è di gran lunga il leader mondiale nell’energia solare con 254 GW seguita dagli Stati Uniti con 75 GW. Le installazioni di energia eolica in Cina erano più del triplo di quelle di qualsiasi altro Paese nel 2020. Si prevede inoltre che la Cina produrrà batterie per auto con una capacità doppia rispetto a quelle prodotte dal resto del mondo insieme. Ma la Cina non è sulla stessa linea per quanto riguarda l’eliminazione graduale del carbone. Nemmeno la Russia. Se ne parlerà a metà secolo, hanno fatto sapere. Prima della COP 26 Xi Jinping ha affermato che il suo Paese raggiungerà il picco delle emissioni prima del 2030, per poi diminuire e raggiungere la neutralità carbonica prima del 2060. Ma non ha detto esattamente come saranno raggiunti questi obiettivi. Il mese scorso, Putin ha affermato che è impossibile negare il cambiamento climatico. Nel suo discorso annuale sullo stato della nazione ad aprile, ha dichiarato che le emissioni nette totali di gas serra della Russia saranno inferiori a quelle dell’UE nei prossimi 30 anni. Ha impegnato la Russia a raggiungere zero emissioni di carbonio entro il 2060. Ancora una volta, non sono disponibili dettagli. Putin afferma che le foreste russe faranno la maggior parte del lavoro.
Il colpo più duro è venuto da Narendra Modi Presidente dell’India che punterà a zero emissioni nette entro il 2070. Cioè due decenni dopo la scadenza del 2050 a cui mira il vertice, ma è comunque un progresso. Ciò che farà l’India avrà un’importanza enorme, perché è uno dei maggiori emettitori di gas serra al mondo: il terzo o il quarto, se si considera l’Unione europea come un unico emettitore.

Il Presidente Draghi ha espresso un cauto ottimismo nel corso della Conferenza stampa di chiusura delle 2 prime giornate: “La cosa più importante ormai è che sul piano degli obiettivi, delle ambizioni, non ci sono molte differenze tra questi Paesi e gli altri. È sulla velocità con cui affrontare queste sfide che ancora ci sono delle divergenze. Però anche lì, il fatto che sia stato accettato da tutti che i gradi di temperatura necessari per evitare l’aumento del riscaldamento globale siano un grado e mezzo e non due, è molto importante perché impegna questi Paesi, come tutti gli altri, a fare delle azioni coerenti di fronte all’opinione pubblica. Non so come il negoziato con questi Paesi evolverà, però l’impressione che ho avuto è che ci sia disponibilità a parlare, a concordare, a fare dei passi avanti“.
Alok Sharma, il Presidente della COP, ha detto: “Non aspettatevi dalla COP 26 la silver bullet per il clima. Le aspettative irrealistiche per il processo COP, in gran parte volontario, non sono utili, perché non ci sono modi per far rispettare le promesse e gli accordi sul clima, o imporre sanzioni per la loro violazione. Certamente non otterremo una risposta o un risultato che risolverà il cambiamento climatico per noi in questo COP o in qualsiasi COP. Quello che abbiamo è quello che i Paesi hanno deciso. Quindi l’unico modo in cui possiamo spingere l’ambizione, per spingere il mondo, è che ognuno di noi spinga i propri governi a impegnarsi a fare di più. Noi, come società civile, abbiamo un ruolo enorme da svolgere nello spingere i nostri governi a fare meglio e nel cercare di contrastare l’influenza dei grandi interessi acquisiti che spingono in altre direzioni. Sta ai Paesi essere il più ambiziosi possibile e portare con sé gli altri Paesi per mostrare la stessa ambizione. In particolare i Paesi che hanno storicamente contribuito al problema devono mostrare la dovuta responsabilità. Questo è il tipo di gioco che si può fare in questo momento”.

Paolo Serra

3 novembre 2021

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