Conosci il nemico: le microplastiche

Le microplastiche rappresentano oggi un vero e proprio contaminante emergente, un inquinante ubiquitario causato dalle attività umane, difficile da quantificare e impossibile da rimuovere completamente. Dunque lo si può considerare un vero e proprio nemico dell’ambiente e, perciò, è buona cosa conoscere il nemico, val a dire capire: cosa sono, che problemi causano e cosa possiamo fare per contrastare questo inquinamento.
Partiamo dalla definizione: con il temine microplastiche ci si riferisce a frammenti o particelle di plastica con dimensione minore di 5 millimetri. Vengono comunemente classificate in due tipologie, in base alla loro origine. Le microplastiche definite primarie vengono rilasciate nell’ambiente direttamente sotto forma di piccole particelle, e rappresentano tra il 15 e il 31% di quelle presenti nell’oceano. Secondo uno dei rapporti commissionati dalla Commissione Europea, i quantitativi maggiori di microplastiche provengono dall’abrasione degli pneumatici (da 25mila a quasi 60 mila tonnellate all’anno) e dalla perdita di microsfere di plastica vergine (da 24mila a quasi 50mila tonnellate annue). Dai tessuti arrivano dalle 7mila a circa 50 mila microfibre sintetiche rilasciate durante il lavaggio, mentre dai cosmetici dalle 2mila a circa 9mila tonnellate all’anno. Le microplastiche secondarie, invece, rappresentano tra il 68 e l’81% di quelle presenti nell’oceano, e derivano dalla disgregazione dei rifiuti in plastica di più grandi dimensioni abbandonati nell’ambiente – come buste di plastica, bottiglie, reti da pesca, bastonicini cotonati per la pulizia delle orecchie, cannucce, bicchieri, piatti e posate, filtri per sigarette, ecc. – a causa, principalmente, della fotodegradazione e dell’azione meccanica.
Le prime evidenze scientifiche della loro presenza in ambiente marino sono dei primi anni 70, ma adesso, grazie ai numerosi studi che si stanno portando avanti per conoscere l’entità della contaminazione nei nostri mari e soprattutto quali conseguenze possano avere nelle specie marine, sta diventando un problema noto anche al più ampio pubblico. La prospettiva che tale inquinamento possa arrivare nei nostri piatti fa di certo aumentare l’attenzione sul tema, ma questa problematica è ancora aperta.

Gli impatti nell’ambiente marino
Gli effetti della presenza di microparticelle di plastica nei sistemi acquatici sono ancora in fase di studio ma abbastanza preoccupanti perché il rapporto Frontiers 2016 dell’UNEP inserisca l’inquinamento da microplastiche tra le sei emergenze a livello mondiale che minacciano l’ambiente.
Vista la loro dimensione minima queste particelle entrano facilmente in contatto con gli organismi marini attraverso le branchie, l’ingestione o gli apparati filtratori. Le microplastiche sono inoltre vettori per sostanze tossiche (quali additivi e composti tossici persistenti) che vengono trasportate all’interno degli organismi stessi. La plastica infatti, durante la produzione industriale, viene spesso additivata con solventi, diluenti, stabilizzanti, agenti ignifughi e plastificanti tra cui ftalati e idrocarburi policiclici aromatici e ritardanti di fiamma. Alcune di queste sostanze, possono comportarsi, una volta penetrate nell’organismo, da distruttori endocrini, interferendo con le funzioni ormonali fisiologiche. Oltre a questo è necessario considerare che una volta in mare, la plastica si comporta come una spugna con una elevata capacità di assorbimento delle sostanze inquinanti già presenti in acqua e, come dimostrato negli ultimi studi, essa viene colonizzata da microorganismi, anche potenzialmente patogeni.

I rischi per l’uomo
Ma se l’impatto delle microplastiche, e in generale dei rifiuti dispersi in mare, sugli organismi marini è alto e ben documentato, quello legato al trasferimento dei detriti plastici dallo stomaco dei pesci ad altri tessuti, e di conseguenza nell’essere umano, è ancora da chiarire. Come già dichiarato dalla Fao, non ci sono ad oggi evidenze scientifiche di effetti negativi legati al rischio di assunzione di specie ittiche che hanno ingerito plastica.
La maggior parte degli studi condotti finora, ha indagato la presenza di microplastiche nei soli contenuti stomacali. I tratti gastrointestinali di molte specie commestibili vengono eliminati prima del loro consumo e l’assorbimento di microplastiche da molluschi e piccoli filtratori non è paragonabile all’esposizione di microplastiche proveniente da altre fonti. Per valutare gli effetti negativi dovuti al trasferimento di microplastiche nelle specie marine e, di conseguenza, il potenziale trasferimento sull’uomo è necessario analizzare anche altre componenti, come campioni ematici e soprattutto tessuti muscolari. Sono questi ultimi, infatti, che potrebbero concentrare gli inquinanti trasportati dalle microplastiche e che vengono prevalentemente assunti dalla specie umana. Questa problematica però ancora non ha una definitiva risposta scientifica.

Le microplastiche nelle acque interne
Per comprendere il rischio ambientale associato alla loro presenza sono ancora necessari ulteriori dati di abbondanza, sulle fonti, su come migrano da un ambiente all’altro e sugli effetti biologici, soprattutto negli ecosistemi acquatici interni.
Legambiente, con la sua campagna Goletta dei Laghi e in collaborazione con Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), dal 2016 sta portando avanti uno studio sulla presenza di microparticelle di plastica nei principali laghi e nei fiumi italiani, che ha provato la presenza di microplastiche in tutti i campioni analizzati e ha messo in evidenza il forte contributo degli scarichi urbani non adeguatamente depurati. Si registra una variabilità dei dati che è legata a quella delle condizioni ambientali e meteorologiche al momento del campionamento e alla scelta dei punti di prelievo. Ad oggi non esiste ancora un protocollo ufficiale e condiviso per il campionamento e l’analisi delle microplastiche nelle acque interne e non esiste ancora una standardizzazione a livello internazionale dei metodi di monitoraggio: le soluzioni a questi problemi devono essere elaborate coinvolgendo soggetti pubblici e privati, organizzazioni ambientaliste, società civile e istituzioni.

M.A. Melissari

27 luglio 2020

(Fonte: Legambiente)

Foto
A volunteer of the NGO ‘Canarias Libre de Plasticos’ (Canary Islands free of plastics) carries out a collection of microplastics and mesoplastic debris to clean the Almaciga Beach, on the north coast of the Canary Island of Tenerife, on July 14, 2018. (Photo by DESIREE MARTIN / AFP) (Photo credit should read DESIREE MARTIN/AFP/Getty Images)

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