9 anni per cambiare menu: il futuro del pianeta è anche nel nostro piatto

Mangiare è un gesto ecologico: ognuno di noi può incidere in maniera positiva o negativa sulla propria salute e allo stesso tempo su quella dell’ambiente a seconda di cosa sceglie di mettere in tavola.

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Abbiamo solo 9 anni per poter garantire il benessere futuro ad una popolazione globale in continua crescita, vale a dire per rivedere il sistema di produzione alimentare a livello globale, attraverso un cambio dei regimi alimentari di ciascun Paese: solo così potremo invertire il trend in picchiata della perdita di biodiversità. Il modo con cui ci alimentiamo ha, infatti, causato, finora, la perdita del 70% di biodiversità terrestre e del 50% di quella d’acqua dolce. Stiamo divorando il Pianeta senza capire quanto la nostra salute sia profondamente connessa con quella dell’ambiente in cui viviamo, come ha dimostrato anche la crisi #Covid-19. La scelta di cambiare i nostri regimi alimentari ormai è obbligata e non riguarda solo quale cibo scegliamo, ma anche in che modo i nostri alimenti vengono prodotti e da dove provengono. Parola del WWF che nell’ottobre scorso ha lanciato il report “Invertire la rotta: il potere riparatore delle diete amiche del Pianeta”: si tratta di una ricerca scientifica condotta sulle diete di 147 paesi di tutto il mondo che mostra gli impatti che i diversi regimi alimentari e scelte di consumo provocano su ambiente, biodiversità, suolo e clima e anche sulla nostra salute. Il report non solo offre una visione globale, ma indica un approccio locale per favorire l’adozione di diete sostenibili per uomo e natura a livello nazionale e individuale. Secondo l’analisi svolta, la scelta di un “modello alimentare amico del Pianeta” a livello globale comporterebbe: aria più pulita e temperature più basse con una riduzione di circa il 30% delle emissioni di gas serra, maggiore biodiversità sul Pianeta, riducendone di almeno il 5% la perdita, più spazio per natura e specie poiché si ridurrebbe di almeno il 40% il bisogno di terreni agricoli, una popolazione più in salute e con un’aspettativa di vita più lunga poiché il tasso di mortalità prematura si ridurrebbe di almeno il 20%.
Per ottenere questo, abbiamo bisogno di trasformare l’intero sistema dell’alimentazione dalla produzione al consumo fino alla gestione delle perdite e degli sprechi. Adottare una dieta sostenibile significa consumare in maniera responsabile e spostare la domanda del mercato per accelerare altre azioni nell’ambito di una green economy e dare il proprio contributo al raggiungimento di un sistema alimentare sostenibile per tutti.

In sostanza la dieta raccomandata comporta scelte non solo sul tipo di alimenti, ma anche sui metodi di produzione e soprattutto sulla loro provenienza.
Ai consumatori italiani il WWF suggerisce 7 parole chiave per migliorare il proprio regime alimentare a favore del Pianeta: LOCALE (privilegiare prodotti locali e di stagione), VEGETALE (mangiare più cereali, legumi, ortaggi e frutta che carne), BIO (prediligere prodotti provenienti da agricoltura biologica), RESPONSABILE (scegliere il pesce giusto, consumando pesce adulto e specie meno conosciute), SANO (mangiare cibi sani e nutrienti e ridurre al minimo gli alimenti eccessivamente trasformati), VARIO (diversificare la dieta), ANTISPRECO (ridurre gli sprechi, mangiando tutto ciò che si acquista).

In assenza di interventi urgenti, l’umanità entrerà velocemente nei prossimi decenni in un grave stato di emergenza. Ci restano solo 9 anni, sostiene la ricerca del WWF, per trasformare il sistema alimentare e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. In alternativa dovremo essere disposti a affrontare danni potenzialmente irreversibili a tutto ciò che ci circonda. Gli impatti negativi di ciò che mangiamo sono stati messi alla luce molto recentemente anche in occasione della crisi del Covid-19, rendendo chiaro a tutti che se continuiamo a sfruttare senza limiti le risorse naturali assisteremo con ogni probabilità all’incremento di crisi globali come la pandemia appena trascorsa. Tra le principali cause alla base della diffusione di malattie infettive come il Covid-19, è stato dimostrato essere l’insostenibile conversione di terre per l’agricoltura, gli allevamenti intensivi e il traffico illegale di specie selvatiche, spesso per il consumo alimentare.

Dal Campo alla Tavola
In media per ogni pasto di un italiano, il cibo consumato percorre quasi 2.000 chilometri prima di arrivare a tavola. Fino all’era industriale il cibo veniva prodotto per lo più “dietro l’angolo”, da allevamenti, mari e terreni vicini al consumatore. Oggi con l’avvento delle multinazionali, il processo di produzione degli alimenti è sempre più dislocato in vari Paesi del mondo e buona parte del cibo che consumiamo proviene dall’estero, come gli asparagi dal Cile o le carote importate dal Sud Africa o i gamberi dall’Argentina. Così abbiamo un peggiore sfruttamento delle risorse naturali (ed umane), sia in ambito agricolo che nella pesca, nonché una peggiore qualità dei cibi prodotti che nel trasporto perdono molti nutrienti. L’impatto ambientale aumenta in modo particolarmente significativo se l’importazione è per via aerea.
Da qui parte il primo dei principi indicati dal WWF, ovvero, la scelta di prodotti alimentari coltivati nel proprio territorio.Sono ormai centinaia le tipologie di offerte di prodotti locali, dai GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) all’e-commerce promosso da aziende agricole: valorizzare le piccole realtà locali e favorire l’agrobiodiversità, che negli ultimi anni. si è notevolmente ridotta sotto la spinta dell’aumento della produttività e dei profitti, perché l’espansione di monocolture riduce la capacità dei territori di adattarsi ai cambiamenti ambientali in atto.
Se mangiare frutta e verdura è importante, altrettanto importante è mangiarle nel momento giusto, scegliere come principio la stagionalità. In natura le specie animali si nutrono in maniera diversa a seconda delle stagioni e questo è importante per la conservazione degli ecosistemi. L’uomo, grazie alla tecnologia e alle importazioni, può potenzialmente mangiare in ogni momento lo stesso alimento mentre uno dei principi più importanti di una dieta sana ed equilibrata è proprio la varietà legata ai cicli naturali. I prodotti di stagione, soprattutto se locali, impiegano poco tempo per arrivare sulle nostre tavole mantenendo così un più elevato contenuto di vitamine e nutrienti rispetto a quelli fuori stagione. Oltre agli aspetti salutistici ci sono le questioni ecologiche: i prodotti di stagione aiutano l’ambiente perché in generale determinano minori emissioni di carbonio. La produzione in ecosistemi artificiali o in serre richiede un enorme quantità di energia per il mantenimento delle temperature di coltivazione, energia che viene prodotta in massima parte con l´impiego di combustibili fossili. È il caso del pomodoro dove, per la coltivazione in serra, il fattore di emissione è circa 60 volte superiore a quello della coltivazione in campo. In inverno, una buona soluzione per ridurre il consumo di pomodori freschi sta nell’usare le conserve e limitare al massimo le insalate, mangiando altre verdure e provando ricette diverse.

Il modello alimentare amico del Pianeta
In un Pianeta le cui risorse sono in progressivo esaurimento e in cui la diffusione di patologie croniche non trasmissibili è in aumento, risulta fondamentale trovare uno stile di vita e alimentare che favorisca il benessere umano e quello ambientale. La buona notizia è che il cibo che ha impatti maggiori sull’ambiente è anche quello che dovremmo mangiare meno perché poco idoneo a una vita in salute. Oggi, grazie a numerosi studi sull’argomento, sappiamo con certezza che la dieta occidentale, ricca di carne, latticini e grassi di origine animale, con forte incidenza di alimenti iperprocessati, è all’origine di molte patologie attuali e morti premature, nonché è la più pesante per il clima: il solo settore zootecnico è responsabile del 18% delle emissioni del Pianeta, più del settore dei trasporti, per non parlare dei rilevanti impatti sugli ecosistemi, essendo una delle principali cause di deforestazione, degrado del suolo e delle risorse idriche. Gli oceani sono un altro ambiente sovrasfruttato: il 31% degli stock ittici globali è sfruttato al di sopra del livello di sostenibilità e il 61% sfruttato a pieno regime. Nel Mediterraneo la situazione non è da meno: il 78% degli stock valutati sono soggetti a sovrasfruttamento. In agricoltura e allevamento poi l’impatto su CO2 e acqua è reso evidente da alcuni numeri: per avere un chilo di ortaggi sulla nostra tavola si produce un quantitativo di gas a effetto serra, in prevalenza CO2, che va da un minimo di 250 grammi a un massimo di 5000, per la carne questo valore oscilla fra gli oltre 3.000 e 60.000, mentre per il formaggio questo valore oscilla fra 5.300 e 14.000. Non solo, per produrre un kg di carne dai 4.000 litri di acqua agli oltre 15.500 litri (per un kg di carne bovina). Relativamente all’impatto ambientale, la sostituzione del filetto di manzo con altre fonti proteiche di origine vegetale (come i legumi) ridurrebbe il riscaldamento globale potenziale di un 80% con un consistente risparmio di acqua.
Infine un monito a Governi e istituzioni di tutto il mondo affinché elaborino linee guida per accompagnare i cittadini nello scegliere la propria alimentazione non solo tenendo conto dei valori nutrizionali ma anche della loro sostenibilità ambientale.

di Redazione

9 novembre 2020

Un commento

  1. Ciò che scrivete è giusto e da condividere. In un ecosistema importante che ognuno dia il suo contributo. Una domanda nasce spontanea perché i prodotti così detti ecosostenibili costano molto di più, anche il 50%/60% eppure non vi sono da aggiungere le spese di trasporto degli oltre 2.000 km che si dichiarano, e mancano ulteriori passaggi nella catena di vendita. Suggerimento chi vende direttamente, migliori la comunicazione e diminuisca i prezzi degli alimenti rendendoli più competitivi, avendo meno spese e sicuramente più persone saranno disposte a mangiare bio e a chilometri zero come suggerisce la Coltivatori Diretti, ConfAgicoltura ed altri. Luigi Bevilacqua.

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