Anche le piante migrano come gli uomini e si “naturalizzano” – La Galinsoga

Galinsoga Parviflora

La globalizzazione non è solo un processo sociale. Le vie di comunicazione non sono mai state così brevi. Chi migra, uomini o animali, trascina con se oltre che la cultura d’origine anche pezzi del proprio ambiente. Girando per il quartiere Appio di Roma e guardandomi attorno, noto piante che nelle mie visite di ragazzo non avevo trovato. La Galinsoga, ad esempio, che è una pianta spontanea di origine sud americana di recente introduzione in Italia (dal 1800). I primi ritrovamenti da noi si hanno al Nord negli anni 50 e piano piano la sua distribuzione si sta spingendo sempre più a sud. Oggi è praticamente naturalizzata anche se ancora poco conosciuta, ma nel suo habitat originale é usata da secoli per il consumo alimentare. In Colombia si cucina una minestra, lo “Ajiaco”, con i giovani e teneri germogli. Sembra serva a dare un aroma “esotico” al piatto normalmente in associazione al coriandolo. Ultimamente sono stati proposti piatti “fusion” come ad esempio un risotto ortica e galinsoga che pare stia riscuotendo molto successo. Le parti giovani della pianta infatti (fusti e foglie) possono essere usati crudi e cotti per frittate, risotti, zuppe….. oppure essiccati e quindi macinati per produrre una polvere da condimento, tipo spezia.
Farmacologicamente la pianta ha proprietà vulnerarie, cicatrizzanti e lenisce le lesioni da ortica.

Galinsoga parviflora – L’etimologia del nome generico (Galinsoga) deriva dal medico spagnolo Mariano Martinez de Galinsoga (1766-1797), medico a Madrid e Soprintendente per il Giardino Botanico di Madrid; mentre il nome specifico (parviflora) deriva da due parole latine: ”parvus” (=piccolo) e ”flos” (=fiore) e fa riferimento ai piccoli fiori di questa pianta. E’ una pianta infestante che si è diffusa in gran parte dell’Europa. Da noi si trova nei terreni incolti, negli orti, in vicinanza di coltivazioni di cereali e ai margini delle strade.

Massimo Luciani

13 novembre 2020

Credits: Foto di Massimo Luciani

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