Transizione digitale e big data a servizio della sostenibilità

Conciliare l’innovazione tecnologica e la tutela dell’ambiente per progettare società ed economie migliori: è questa la vera sfida storica, improrogabile, che ci troviamo ad affrontare in questo momento di emergenza

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La corsa per la riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera passa su due principali corsie. Da una parte il contenimento dell’impatto ambientale dell’industria, dall’altra la riduzione dell’inquinamento dei territori e delle città.

Gli interventi legati alla trasformazione ecologica del territorio sono ampi e diversificati, ma è fondamentale che siano guidati da un elemento cruciale per tutti i diversi segmenti che richiedono una riorganizzazione dei flussi: il dato. È sulla sua raccolta, interpretazione e governo, ossia a un approccio data driven, che serve specializzarsi.
I dati, o meglio i big data, la loro aggregazione da fonti eterogenee apparentemente non correlate e la capacità di creare relazione e interazione tra essi, sono il fattore chiave indispensabile per abilitare le Pubbliche Amministrazioni a prendere decisioni i cui effetti siano misurabili e condivisi. Ed è proprio qui che l’approccio adottato e le scelte tecnologiche fatte giocano un ruolo determinante.
La capacità di gestire il dato si fonda su tre principali pilastri: da un lato le tecnologie per la raccolta e l’analisi, dall’altro – ma non meno importanti – le metodologie da seguire per far sì che i dati siano “aperti”, facilmente accessibili e leggibili da software, come da linee guida nazionali ed europee. A questo si aggiunge la capacità di interpretare e quindi usare i dati aperti per sviluppare nuovi servizi che rappresentino un valore non solo per chi li eroga ma anche per chi ne fruisce.

È in questo contesto che diventa imprescindibile l’adozione di una nuova cultura di condivisione del dato. La quantità di dati generati da un territorio, o meglio dalle tante realtà pubbliche e private che lo compongono, infatti, è immensa (si parla, appunto, di big data). Spesso, però, la loro qualità e la mancanza di una visione d’insieme li rende molto meno utili di quello che potrebbero essere. Per i decisori pubblici è quindi urgente prendere consapevolezza del fatto che serve sapere come scegliere i dati, come ripulirli, correlarli e analizzarli, nonché mantenerli aggiornati. Questa è la base per definire delle politiche di transizione green efficaci, in grado di evolvere rapidamente nel tempo. Ne è convinto Luigi Zanella, Head of Business Development & Innovation di Dedagroup Public Services. Dunque, il futuro sostenibile e digitale dipende dalla capacità di valorizzare il patrimonio di dati e relazioni esistenti, arricchendolo e integrandolo con fonti esterne. Si tratta di un approccio aperto e circolare all’innovazione che vuole far interagire armonicamente competenze diverse. Questo processo di Open Innovation si rivela oggi necessario per le realtà tecnologiche che intendono offrire ai clienti strategie che rispondano in modo completo e coerente alle esigenze digitali consuete o a quelle emergenti, dalle necessità di gestione “corrente” a quelle più innovative e di frontiera. Soluzioni che soddisfano le necessità legate a progetti e territori più o meno grandi, interconnettendo servizi e dati, oggi essenziali per migliorare l’analisi delle informazioni territoriali e promuovere la mobilità sostenibile.
Si tratta, per esempio, di piattaforme che raccolgono e analizzano le informazioni prodotte da sensori GPS relative agli spostamenti delle persone e dei mezzi pubblici, permettendo ad Enti Locali, start-up e aziende pubbliche e private di utilizzare questi dati sia per ottimizzare servizi già erogati (come ad esempio la ri-pianificazione dei tragitti e degli orari dei mezzi di trasporto pubblici) sia per svilupparne di nuovi (come quelli nati dall’integrazione dei dati sugli spostamenti con le informazioni sulla qualità dell’aria, la temperatura e l’inquinamento acustico delle strade). A questo si aggiunge la possibilità di verificare in tempo reale l’efficacia delle strategie adottate. Poiché secondo la Commissione europea l’inquinamento atmosferico è attualmente la più grande fonte di rischio ambientale per la salute umana, la verifica immediata della bontà delle soluzioni messe in campo dalle Pubbliche Amministrazioni – e la loro pronta correzione data driven – è fondamentale.
Piattaforme di raccolta e di elaborazione dei dati relativi ai temi dell’ambiente, dell’energia e della mobilità offriranno alla Pubblica Amministrazione informazioni utili per la definizione delle politiche pubbliche e per il monitoraggio dei loro effetti sul territorio e sulla società, abilitando così la trasformazione profonda della comunità.

Stesso discorso vale per il settore energetico. Il mondo dell’energia, come noto, è chiamato a una forte trasformazione in direzione della decarbonizzazione e della sostenibilità ambientale, così da aiutare il pianeta a contenere gli effetti più nefasti del climate change. Meno noto è che questa trasformazione passi innanzitutto da una profonda innovazione e digitalizzazione degli operatori del settore energetico, vale a dire le aziende di utility. Queste, ma anche tutte le imprese che lavorano con l’energia, sono accomunate dalla necessità di traghettare l’utilizzo energetico verso le fonti rinnovabili, assicurandone la disponibilità a imprese, PA e ai consumatori finali. La sfida che questi operatori si trovano davanti è infatti quella di riuscire a portare, entro il 2050, la capacità energetica globale verso un modello a zero emissioni. Un ruolo chiave, in questo senso, sarà svolto dalla digitalizzazione dei processi e delle attività: tutti gli apparati che hanno a che fare con l’energia possiedono o possiederanno presto al proprio interno delle componenti digitali capaci di controllarli e renderli sempre più efficienti, permettendogli anche di interagire con i nostri dispositivi mobili. L’energy transition italiana ed europea, insomma, non potrà funzionare in maniera adeguata se non sarà adeguatamente abilitata dalla digitalizzazione. Ne parla Claudio Arcudi, Responsabile Energy & Utility di Accenture Italia in un articolo di Gianluigi Torchiani del 16 marzo scorso. La transizione verso le rinnovabili è inevitabile, ma occorre sottolineare che si tratta di tipologie impianti completamente diversi rispetto alle centrali a gas e carbone. In questi casi il personale lavora fisicamente negli impianti, occupandosi della produzione e trasmissione dell’elettricità. Al contrario, le rinnovabili come eolico e fotovoltaico sono sistemi di produzione dell’energia che funzionano senza personale. È quindi necessario avere degli impianti intelligenti, che possano essere controllati e gestiti con azioni da remoto, attraversi sistemi altamente digitali. Se si sposta questo ragionamento alla rete di distribuzione, questa necessità diventa ancora più rilevante: il sistema elettrico dovrà essere sempre più capace di adattarsi all’intermittenza delle rinnovabili, così da agire sempre più in velocità e bilanciare di continuo la Rete. Per raggiungere questo obiettivo le reti elettriche stanno diventando sempre più digitali, innestando anche capacità di predizione e previsione grazie all’impiego degli algoritmi di intelligenza artificiale.

Le società energetiche sono chiamate a un ruolo fondamentale, come mette in evidenza lo studio The European Double Up: A twin strategy that will strengthen competitiveness“, presentato a Davos 2021, le Utility hanno capacità tecniche e relazioni in grado di riqualificare l’offerta del settore creando nuovi servizi digitali orientati alla sostenibilità e all’efficienza, rivolti anche a PMI e Pubblica Amministrazione: Le PMI (ma anche la PA) da sole non hanno le dimensioni adeguate né la progettualità interna per avviare un percorso autonomo verso la sostenibilità. Queste soluzioni possono essere fornite soltanto da quelle utility che saranno in grado di affrontare la trasformazione energetica, con delle offerte standardizzate e dei prodotti su misura per queste realtà. Oltre a una maggiore sostenibilità, potranno esserci anche ricadute positive anche per il costo dell’energia e un ulteriore contributo alla riduzione dei costi in bolletta potrà arrivare dalla diminuzione dell’intensità energetica, grazie alla diffusione dei progetti di efficientamento e allo stesso apporto dell’elettrificazione. Un’altra grande innovazione che chiama in causa la digitalizzazione è infatti quella dell’elettrificazione: in un mondo che tenderà a una maggiore efficienza energetica, l’elettricità sarà il vettore energetico privilegiato, rispetto al calore e ai combustili fossili, poiché ritenuta più sicura e meno impattante per l’ambiente. Sarà dunque necessaria una profonda trasformazione dei modelli di consumo dell’energia, dai consumatori sino alle imprese, che dovranno orientarsi maggiormente verso l’utilizzo di energia elettrica per soddisfare i propri fabbisogni.

Il percorso della digitalizzazione di molte utility italiane è già partito: nel settore utility esistono soluzioni Ict avanzate, in cloud transformation, e anche soluzioni di Intelligenza artificiale nei rapporti con la propria clientela. Dal 2015 a oggi, in particolare, c’è stato un avanzamento nell’innovazione tecnologica davvero molto importante, tanto che Enel, per esempio, è considerata un’azienda avanzata e fa da riferimento a molte delle grandi utilities europee. Per quanto riguarda i risultati economici, ci sono stati sicuramente degli impatti, ma la maggioranza delle aziende energetiche ha intrapreso un evidente aumento degli investimenti in direzione delle sostenibilità. Questo è un effetto diretto del Recovery Fund europeo, che sta già stimolando l’attività delle utility per tagliare i traguardi europei al 2050.

M.A. Melissari

28 marzo 2021
Innovazione

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