Riciclare la cenere lavica dell’Etna: da rifiuto/problema a risorsa

Le ceneri vulcaniche dell’Etna potrebbero essere riutilizzate per diverse applicazioni nei settori dell’ingegneria civile e ambientale, come malte, intonaci e pannelli isolanti

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I parossismi dell’Etna che si susseguono dalla metà di febbraio hanno riversato in queste settimane sui centri pedemontani del vulcano una incredibile quantità di cenere e lapilli, provocando considerevoli disagi, in particolare a quelle Amministrazioni comunali costrette a liberare con grande celerità strade e piazze per evitare incidenti.
La Regione Siciliana ha già dichiarato lo Stato di emergenza, chiesto al Governo nazionale quello di calamità e stanziato per fronteggiare la situazione nell’immediato un milione di euro. Cosa che secondo molti non basterà perché i cosiddetti prodotti piroclastici dell’Etna, lanciati a chilometri di altezza vanno conferiti in discarica, con un costo molto alto. I prodotti piroclastici, infatti, sono classificati con il codice Cer (Catalogo europeo dei rifiuti) numero 200303, che definisce il rifiuto municipale, ma sono qualitativamente identici a quelli raccolti nelle proprietà private. L’incongruenza sta nel fatto che se il privato può, come avvenuto a Catania, raccogliere la sabbia vulcanica nel suo giardino avviandola al circuito di recupero, lo stesso materiale raccolto dagli enti locali sulla strada deve essere conferito in discarica.

Eppure, come spesso avviene, il problema potrebbe mutarsi in risorsa. Le ceneri vulcaniche dell’Etna potrebbero essere utilizzate per diverse applicazioni nei settori dell’ingegneria civile e ambientale, come malte, intonaci e pannelli isolanti. A supportare questa ipotesi sono i risultati incoraggianti del progetto Recupero e utilizzo delle ceneri vulcaniche etnee (Reucet), condotto da un team di studiosi dell’università di Catania e finanziato dal ministero dell’Ambiente. Come evidenziato dal prof. Paolo Roccaro, responsabile scientifico del progetto, l’uso delle ceneri vulcaniche in sostituzione di materiali naturali consentirebbe di ridurre il consumo di risorse naturali e di evitare lo smaltimento della cenere come rifiuto, promuovendo la transizione verso un’economia circolare.

Pannello e mattonella isolante con cenere grossa

I prodotti piroclastici di rifiuto, essenzialmente vetrosi e porosi, sono però molto diversi dai materiali tradizionali comunemente utilizzati in edilizia come il cosiddetto azolo, materiale da cava con un’elevata compattezza e quindi resistenza meccanica alla compressione. Questa caratteristica della cenere vulcanica ne limita dunque l’utilizzo alle grosse granulometrie, mentre le frazioni fini sono utilizzabili in sostituzione dell’inerte tradizionale di cava. Il loro riutilizzo consentirà comunque un considerevole vantaggio ambientale conseguenza della riduzione dello sfruttamento del materiale naturale da cava. E questo perché il calcestruzzo è il materiale più utilizzato nelle nuove costruzioni, prodotto in Italia annualmente in volumi elevatissimi, dell’ordine di decine di milioni di metri cubi. Il “piroclasto dell’Etna”, inoltre, proprio per le sue caratteristiche di porosità, si presta anche ad altre applicazioni in corso di sperimentazione, come per esempio nel confezionamento di malte alleggerite e di intonaci o pannelli isolanti. La presenza dei pori, prevalentemente chiusi e interconnessi, garantisce infatti ottime prestazioni in termini di conducibilità termica, al pari di altri materiali isolanti comunemente in commercio a base di trucioli di legno o di cartongesso. Esistono anche proposte per utilizzare la cenere dell’Etna come fertilizzante in agricultura o nella produzione di nuovi materiali denominati geopolimeri, costituiti in genere dall’associazione di metacaolino e altri materiali pozzolanici. La ricerca in questo campo è ancora abbastanza acerba e ha preso l’avvio una decina d’anni fa, specie per quel che riguarda l’attivazione delle ceneri vulcaniche.

Paolo Serra

(Fonte: QdS.it)

6 aprile 2021

Innovazione

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