Plastica. L’OCSE accende i riflettori sul riciclo globale: solo il 9% mentre il consumo cresce

L’emergenza COVID-19 ha determinato una diminuzione del 2,2% dell’uso della plastica nel 2020 a causa del rallentamento delle attività economiche, ma anche un aumento dei rifiuti di imballaggi per cibo da asporto e delle attrezzature mediche come le mascherine. Con la ripresa delle attività economiche nel 2021, anche il consumo di plastica è rimbalzato.

La quantità sempre crescente di plastica, il suo impatto sulla biodiversità e il suo ruolo nel determinare i cambiamenti climatici, nonché le modalità con le quali affrontare il problema in una prospettiva di economia circolare sono da anni nell’agenda politica dell’Unione Europea. Con immagini di mascherine che invadono i nostri mari e grandi quantità di dispositivi di protezione monouso, la pandemia di COVID-19 non ha fatto che attirare ancor di più l’attenzione sui rifiuti di plastica.

Un Rapporto dell’OCSE sull’azione internazionale per ridurre i rifiuti di plastica, presentato di recente in vista dei colloqui delle Nazioni Unite, quantifica la produzione attuale, l’uso, lo smaltimento e gli impatti ambientali durante l’intero ciclo di vita della plastica, come la diffusione nell’ambiente e le emissioni di gas serra, e identifica le opportunità per ridurre le esternalità negative, indicando anche le misure da intraprendere per piegare la crescita di questa pervasiva minaccia.
Il rapporto “Global Plastics Outlook: Economic Drivers, Environmental Impacts and Policy Options” (Prospettive globali sulla plastica, Driver economici, Impatti ambientali e Opzioni Politiche) conferma come la crescita della popolazione, unita a un reddito disponibile più elevato, ha portato la produzione di plastica a raddoppiare tra il 2000 e il 2019, raggiungendo 460 milioni di tonnellate. In peso, questo valore corrisponde a 45.000 Tour Eiffel. In termini di crescita, l’uso della plastica ha superato il livello del 40% negli ultimi due decenni. Conseguentemente, sono raddoppiati anche i rifiuti di plastica che hanno raggiunto i 353 milioni di tonnellate, di cui quasi i due terzi provengono da materie plastiche con una durata inferiore ai 5 anni, per il 40% da imballaggi, il 12% da beni di consumo e l’11% da abbigliamento e tessuti.

Quasi la metà di tutti i rifiuti di plastica è generata dai Paesi OCSE, con quantitativi pro capite che variano dai 221 kg degli Stati Uniti, ai 114 kg dei Paesi europei e ai 69 kg di Giappone e Corea. La maggior parte dell’inquinamento da plastica deriva da raccolta e smaltimento inadeguati di rifiuti più grandi noti come macroplastiche, ma anche dalla diffusione delle microplastiche (polimeri sintetici di diametro inferiore a 5 mm) che derivano dal deterioramento di prodotti industriali, tessuti sintetici, segnaletica orizzontale e usura degli pneumatici.

Solo il 9% dei rifiuti di plastica viene riciclato a livello globale (il 15% viene sì raccolto per il riciclaggio ma il 40% viene smaltito come residuo). Un altro 19% viene incenerito, il 50% finisce in discarica e il 22% elude i sistemi di gestione dei rifiuti e finisce in discariche incontrollate, viene bruciato a cielo aperto o finisce in ambienti terrestri o acquatici, soprattutto nei Paesi più poveri. I Paesi dell’OCSE dunque sono responsabili del 14% delle perdite complessive di plastica, al cui interno le macroplastiche rappresentano l’11% e le microplastiche il 35%.

Nel 2019, i rifiuti di plastica finiti in ambiente acquatico sono stati pari a 6,1 milioni di tonnellate (Mt) e 1,7 Mt sono sfociati negli oceani. Attualmente ci sono circa 30 Mt di rifiuti di plastica nei mari e negli oceani, come ha rilevato il recente Rapporto del WWF e altri 109 Mt si sono accumulati nei fiumi. L’accumulo di plastica nei fiumi implica che le perdite nell’oceano continueranno per decenni a venire, anche se i rifiuti di plastica gestiti in modo errato potrebbero essere notevolmente ridotti.

Parlando di tessuti in fibre sintetiche come il poliestere e il nylon, per esempio, una nota informativa dell’Agenzia Europea dell’Ambiente relativa alla plastica nei tessuti, segnala che i consumatori dell’UE gettano circa 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili l’anno (più o meno 11 chilogrammi a persona), di cui circa due terzi sono in fibre sintetiche. In base ai dati disponibili dal 2017, le famiglie europee hanno consumato circa 13 milioni di tonnellate di prodotti tessili (abbigliamento, calzature e tessili per la casa). I tessuti a base di plastica rappresentano circa il 60 % dell’abbigliamento e il 70 % dei tessili per uso domestico.
La promozione di scelte sostenibili in materia di fibre e il controllo delle emissioni di microplastiche, nonché il miglioramento della raccolta differenziata, del riutilizzo e del riciclaggio, hanno il potenziale per migliorare la sostenibilità dei tessuti sintetici in un’economia circolare.

Quattro leve chiave per piegare la curva della plastica: un sostegno più forte ai mercati della plastica riciclata (secondaria); politiche per promuovere l’innovazione tecnologica nelle materie plastiche; misure di politica interna più ambiziose; e una maggiore cooperazione internazionale.
Divieti e tasse sulla plastica monouso esistono in più di 120 Paesi, ma non stanno facendo abbastanza per ridurre l’inquinamento complessivo. Inoltre la maggior parte delle normative sono limitate a prodotti come i sacchetti di plastica, che costituiscono una piccola quota di rifiuti di plastica, e sono più efficaci nel ridurre i rifiuti che nel frenarne il consumo. Al contrario tasse sulle discariche e sull’incenerimento che dovrebbero incentivare il riciclo sono state adottate solo in una minoranza di Paesi. L’OCSE pertanto chiede un maggiore utilizzo di strumenti quali i regimi di responsabilità estesa del produttore per imballaggi e beni durevoli, la diffusione delle tasse sulle discariche, l’adozione di sistemi con vuoto a rendere e l’applicazione di tariffazione puntuale. Non ultimo, adottare misure normative come la definizione di obiettivi vincolanti per un contenuto minimo di materiale riciclato, per creare un mercato stabile e ben funzionante per la plastica riciclata, che viene ancora vista come sostituta della plastica vergine. Prerogativa di tale transizione sarà l’esistenza di politiche di sostegno adeguate e l’adozione di comportamenti forieri di cambiamento a livello di consumi e politiche di informazione.

Indicazioni di misure graduali e internazionali per il raggiungimento di un’economia circolare delle plastiche (Fonte: OCSE)

L’importanza della cooperazione internazionale. Considerando le catene del valore globali e il commercio di materie plastiche, l’allineamento degli approcci di progettazione e la regolamentazione delle sostanze chimiche sarà fondamentale per migliorare la circolarità della plastica. Un approccio internazionale alla gestione dei rifiuti dovrebbe portare a mobilitare tutte le fonti di finanziamento disponibili, compresi gli aiuti allo sviluppo, per aiutare i paesi a reddito medio e basso a far fronte a costi stimati di 25 miliardi di euro all’anno per migliorare le infrastrutture di gestione dei rifiuti.
L’OCSE è pronta ad assistere i governi nell’effettuare questa transizione progettando, sviluppando e fornendo politiche migliori per eliminare gli impatti ambientali negativi della produzione di plastica e, in definitiva, avere oceani e fiumi privi di plastica per le generazioni future – ha affermato il segretario generale dell’OCSE, Mathias Cormann – poiché le sfide associate alla produzione di plastica, in particolare le crescenti perdite e le emissioni di gas serra, sono di natura transfrontaliera, sarà anche fondamentale che i Paesi rispondano alla sfida con soluzioni coordinate e globali“.

di RELOADER Onlus

02 marzo 2022

Economia circolare

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