Baratto: gioco o realtà?

Lavori in una banca, o in una grande corporation, o in un piccolo business che rivende i prodotti delle grandi corporation. E inoltre sei un consumatore. Tradire il tuo pizzicagnolo non ti piace, ma a fare la spesa ormai vai sempre al supermercato perché è più comodo: ci dedichi una sola ora il sabato e riesci a comprare in un solo colpo tutto quello che ti serve. Partecipi al sistema ma il sistema non ti convince. Non riesci proprio a scrollarti di dosso la sensazione di essere la pedina di un mostro senza testa, o dalla testa occulta, che non agisce in base a valori umanistici ma sfrutta le persone e uccide il pianeta.
Questo enorme e sformato meccanismo globale sussiste grazie all’esistenza di miliardi di micromotori: lavoratori, imprenditori, trader e consumatori che, come nella Teoria dei Giochi di John Nash, agiscono con l’unico fine di massimizzare il loro vantaggio personale. I drammi umani, sociali e ambientali provocati dalla disumanità del meccanismo non trovano mai un responsabile netto e definito, perché sono l’effetto di un’inestricabile rete di soggetti la cui responsabilità è delimitata. Tizio non è colpevole dello sfruttamento minorile: si è solo limitato a comprare l’oggetto che gli sembrava più conveniente in termini di qualità/prezzo.
Caio non è colpevole dell’effetto serra: per far funzionare la sua fabbrica non ha opzioni, deve utilizzare per forza il gas, se le energie rinnovabili fossero efficienti le avrebbe già usate. Sempronio, che produce bottigliette di PET per il mercato internazionale, non è responsabile dell’inquinamento dei mari: che ne sa lui come funziona la raccolta dei rifiuti urbani nelle località balneari del Marocco. Tu stesso, sempre più spesso, ti chiedi quali siano le conseguenze delle tue scelte economiche quotidiane, ma non hai la possibilità di ricevere risposte, I confini del meccanismo ti sfuggono, non sono noti.
Poi un giorno ti è capitato tra le mani un volantino in cartone riciclato:

FESTA DEL BARATTO
Il modo più antico di favorire l’economia circolare
PORTA GLI OGGETTI CHE NON USI E SCAMBIALI CON ALTRI OGGETTI
Piazza Garibaldi
Domenica 5 maggio dalle 10 alle 15

Ancor prima che un’idea questi messaggi ti hanno trasmesso un sentimento, e questo sentimento ti ha scaldato il cuore. E’ lo stesso sentimento che, probabilmente, ha animato i volontari dell’associazione che hanno organizzato l’iniziativa e l’assessore del Comune che ha concesso lo spazio pubblico e pagato la campagna pubblicitaria. Poi in piazza, al vedere le facce sorridenti e i beni usati esposti sui tavolini da campagna, dalle tue viscere il sentimento è improvvisamente risalito al cervello trasformandosi nell’embrione di un’idea: il baratto può essere una forma popolare per riappropriarsi del meccanismo economico. Valore d’uso che transita di mano in mano, senza la mediazione del denaro, direttamente dalla gente alla gente, a chilometri zero, reincorporando al cento per cento umanità e socialità nel concetto di scambio.

Bello! Bellissimo! C’è però un dettaglio che non può essere trascurato: il baratto non funziona. “C’è un problema di quantificazione del valore delle merci scambiate”, afferma una volontaria emiliana che vent’anni fa organizzò un’iniziativa di baratto molto nota. “Uno stereo in buone condizioni non vale quanto un paio di calzini bucati, questo è evidente, ma senza bisogno di arrivare a questi estremi, la questione è che ognuno attribuisce agli oggetti un proprio valore soggettivo, l’uno contro uno non funziona. E se l’obiettivo diventa misurare il valore allora, in un modo o nell’altro, si torna al concetto di moneta. La prospettiva di battere moneta ci sembrava troppo complicata e quindi abbiamo deciso di rinunciare”.
Analoghi discorsi possono essere ascoltati da chiunque si sia cimentato seriamente, e non solo sporadicamente, con la pratica del baratto. Le iniziative di scambio gratuito continuano tutt’oggi a nascere e morire come mosche, nelle piazze, nelle sedi delle associazioni o mediante piattaforme online che, nei casi più fortunati, riescono a sopravvivere per qualche anno. Non importa quanti soldi in finanziamento ricevano, falliscono lo stesso.

Tra i tipici problemi di questo tipo di iniziativa ci sono la fisiologica assenza di magazzini e sistemi di assortimento che consentano di far incontrare la domanda con l’offerta, e la necessità di coordinamento, la quale oltre un certo livello implica, inevitabilmente, alcuni costi operativi che il baratto essendo antimonetario non ha modo di coprire. La Fiera del Baratto e dell’Usato di Napoli, che continua ad avere un enorme successo ma dove la pratica del baratto propriamente detta è ormai estinta da molti anni, è un emblematico esempio che dimostra che il baratto, quando funziona, si trasforma inevitabilmente in commercio. La storia è narrata nel libro “Il salto della pulce” (Luppi e Sole, 2015). Nel 1997 Sandro Luglio e Augusto Lacala costituirono l’associazione Bidonville e presero in affitto un locale a Via Sedile di Porto, vicino alla facoltà di architettura. Chi avesse portato due vestiti, due CD o due libri, ne avrebbe ricevuto uno in cambio. L’iniziativa ebbe subito successo, soprattutto tra studenti universitari e giovani mamme, che si iscrivevano all’associazione pagando una piccola quota annuale che consentiva a Sandro ed Augusto di pagare l’affitto del locale e darsi un rimborso per le ore lavorate. Nel primo anno si iscrissero, addirittura, settemila soci. La quantità di oggetti cominciò a intasare lo spazio e inoltre i soci chiedevano di ampliare le merceologie scambiabili includendo anche mobili, oggettistica ed elettrodomestici. Da lì l’idea di organizzare alla Fiera dell’Oltremare di Napoli un grande incontro periodico dove i soci potessero potessero scambiarsi direttamente le proprie cose, con la vendita oppure mediante il baratto. Già al terzo anno di attività la Fiera contava, in ogni sua edizione, con migliaia di soci espositori, decine di migliaia di visitatori e un assortimento di merci a dir poco impressionante.
“Con il tempo” riferisce il libro “agli hobbisti della domenica si sommarono tantissimi operatori dell’usato in cerca di reddito. Fin da subito – come era avvenuto nell’antichità – il denaro si affermò come principale strumento per lo scambio: era più comodo e gestibile, poteva essere usato da persone che non avevano oggetti da scambiare, e inoltre era molto più efficace per stabilire il valore delle cose. D’altronde, il denaro non è altro che una forma evoluta di baratto”.

Se sei interessato a esplorare fenomeni economici dove il denaro è assente, più che indagare sul baratto di oggetti nelle iniziative comunali del Belpaese, ti converrebbe andare in Mauritania a cercare di scoprire come fa un cittadino medio a campare con millesseicentottanquattro dollari all’anno. Serge Latouche in Mauritania ci è andato, e ha scoperto che non solo lì ma in gran parte dell’Africa subsahariana, la gente non potrebbe sopravvivere se non facesse massicciamente ricorso all’economia del dono (magistralmente descritta ne “L’altra Africa”, Bollati e Boringhieri, 2000). Chi adotta questa pratica offre gratuitamente i propri servizi senza ricevere in cambio nessuna contropartita se non la certezza che, al momento del bisogno, ci sarà reciprocità nell’aiuto. Il calzolaio ripara scarpe gratuitamente sapendo che quando la figlia si sposerà cento persone si faranno avanti per aiutarla a costruire la sua nuova casa. Un concetto economico e sociale non troppo distante dal tradizionale do ut des latino (il cui retaggio è vivo ancor oggi, nel nostro Paese, non solo in ambito politico ma anche con la diffusissima abitudine di fare piccoli favori nel proprio ambito professionale sapendo che prima o poi verranno ricambiati).

Nel Regno Unito, in Germania e negli altri paesi europei del nord, il do ut des non è molto praticato e i latini come noi spesso se ne irritano. Non è carino essere sbolognati troppo in fretta quando si ha bisogno di un’indicazione stradale e googlemaps non sta funzionando. In questi paesi c’è però uno spiccato senso del quid pro quo, inteso come “questo in cambio di quest’altro”, che consiste, in parole povere, nell’offrire qualcosa che si trova nelle proprie disponibilità in cambio di una specifica contropartita di analogo valore (tale scambio non è necessariamente formale o monetario). La mentalità del quid pro quo è sicuramente efficace in ambito affaristico ma può trovare interessanti sbocchi anche nella solidarietà sociale. Le banche del tempo sono nate negli anni ottanta nel Regno Unito e da almeno vent’anni sono presenti anche in Italia. In queste “banche”, come suggerisce il loro nome, a circolare non sono i soldi ma il tempo. Tutto è perfettamente misurato e calcolato: chi offre un’ora del proprio tempo ha diritto a ricevere in cambio un’ora esatta del tempo di qualcun altro. Le ore barattate riguardano soprattutto prestazioni non eccessivamente qualificate, come il baby sitting, le pulizie domestiche e l’accompagnamento delle persone anziane andare a prendere i figli a scuola, e al massimo piccole riparazioni domestiche e servizi di giardinaggio. Chi ha la possibilità di offrire servizi maggiormente specializzati ha più convenienza a offrirli a prezzo di mercato.

Ecco, non vorremmo che adesso tu pensassi che per qualche motivo abbiamo preso in antipatia gli swap party e tutte le altre forme socializzanti del riutilizzo. Noi stessi in passato abbiamo organizzato eventi ed iniziative del genere e non ne siamo affatto pentiti perché ci siamo divertiti un mondo. E ci siamo divertiti ancora di più perché eravamo perfettamente consapevoli di star giocando.
In un articolo del 2014 Antonio Castagna, Mario Sunseri e altri autori sottolineano l’importanza di “procedere a un attento esame di realtà che assegni ad ogni attore un ruolo adeguato. Solo per fare un esempio, se pensiamo che le iniziative di scambio e baratto, su piattaforme on line o in presenza, possano costituire un valido supporto alla riduzione dei rifiuti, stiamo sovraccaricando di attese un fenomeno che invece ha un valore soprattutto culturale, visto che consente un accesso ludico al riuso, riducendo così la percezione di brutto, sporco e povero attribuita socialmente ai beni di seconda mano”.

Pietro Luppi – Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone
Leotron, Gli specialisti della seconhand economy

14 marzo 2022

Second life

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