Mediterraneo di plastica

Più della metà di plastica proviene da soli 3 Paesi, il 32% dall’Egitto, il 15% dall’Italia e 10% dalla Turchia. Tra le prime 10 città più inquinanti del bacino mediterraneo 5 sono italiane: Roma, che detiene il primato assoluto, Milano, Torino, Palermo e Genova

Fonte: WWF

Il Mediterraneo ha un triste primato per l’inquinamento da plastica. È infatti l’ecosistema più minacciato al mondo dalle microplastiche. Sui fondali marini del Mare Nostrum si registrano i livelli di microplastiche più elevati mai registrati – fino a 1,9 milioni di frammenti su una superficie di un solo metro quadrato. Questi significa che il Mediterraneo ne contiene circa il 7% – anche se ha soltanto l’1% delle acque mondiali.

I dati del recente rapporto del WWF “Inquinamento da plastica negli oceani – impatti su specie biodiversità ed ecosistemi marini”, che raccoglie una serie di studi e ricerche aggiornate, parlano chiaro e sono davvero allarmanti. L’inquinamento da plastica sta continuando ad aumentare. Se questo trend non verrà interrotto, entro il 2050 nei mari ci saranno più plastiche che pesci.

Ogni anno finiscono nel Mediterraneo 229 mila tonnellate di plastiche, è come se ogni giorno 500 container scaricassero in acqua il proprio contenuto. Più della metà di questa plastica proviene da soli 3 Paesi: il 32% dall’Egitto, il 15% dall’Italia e 10% alla Turchia. La situazione appare ancora più drammatica se si guarda al dettaglio delle città più inquinanti del bacino mediterraneo: tra le prime 10, ben 5 sono italiane (Roma, che detiene il primato assoluto, Milano, Torino, Palermo e Genova). Si stima che siano oltre un milione le tonnellate di plastica attualmente presenti nel Mediterraneo, con concentrazioni massime di circa 10,43 kg/km2, rappresentando una grave minaccia per i suoi fragili ecosistemi marini. Queste quantità sono comparabili con quella presente nelle isole di plastica oceaniche.
È stato calcolato che tra il 21% e il 54% di tutte le microplastiche globali (equivalente al 5-10% della massa di microplastiche globale) si trova nel Mar Mediterraneo .
Il Mar Tirreno raggiunge un triste primato: nelle sue acque si trova la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nelle profondità di un ambiente marino: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato.

Le microplastiche
Con la continua frammentazione delle plastiche in mare, le minacce per l’ambiente si moltiplicano. Nel momento in cui le plastiche entrano in mare iniziano un processo di frammentazione: le macroplastiche (> 5 mm) diventano microplastiche (5 mm-0,1um), che diventano a loro volta nanoplastiche (<0,1 um), rendendo praticamente impossibile il loro recupero.
Anche se la dispersione globale di plastica in natura fosse eliminata oggi stesso, esiste una “coda lunga” di microplastiche: la loro concentrazione nel 2050 sarebbe comunque doppia rispetto a quella attuale nonostante gli sforzi messi in campo. La soglia massima tollerabile di inquinamento da microplastica è stata stabilita a 120 mila oggetti per m3 oltre il quale sussistono significativi rischi ecologici. Questo limite è stato già superato in diversi “hot spots” di inquinamento, incluso il Mar Mediterraneo, l’est della Cina, il Mar Giallo e il ghiaccio marino dell’Artico.

Nel Mediterraneo 87 specie di pesci, tra specie demersali (30%), che vivono a contatto con il fondo, e pelagiche (16%) hanno ingerito plastiche, e molte di queste sono di interesse commerciale. Ad esempio, le microplastiche sono state ritrovate nel 23% di triglie e merluzzi provenienti da 3 differenti aree di pesca FAO del Mediterraneo, e anche in più della metà delle sardine (58%) e delle acciughe (60%) provenienti dal Mediterraneo occidentale. Inoltre, è stato stimato che i consumatori europei di molluschi potrebbero essere esposti fino a ~585 microplastiche/anno e ~253 microplastiche/anno dal consumo di cozze fresche e cotte.
A destare particolare preoccupazione per la salute umana è l’ingestione di microplastiche da parte di organismi marini che vengono consumati interi o crudi come cozze ostriche, alici e sardine. Crescente preoccupazione è anche legata infine alle nanoplastiche e i potenziali danni che possono causare alla fauna marina, ma di cui si sa ancora ben poco. L’esposizione di micro crostacei come la Daphnia magna alle nanoplastiche si è dimostrata letale nel 100% dei casi e ha mostrato la capacità delle nanoplastiche di attraversare la barriera sangue-cervello causando alterazioni comportamentali quali la riduzione del tasso di alimentazione e di movimento.
Nonostante gli evidenti effetti negativi che le plastiche hanno sugli organismi marini, poco ancora si sa sui potenziali impatti che esse possono avere sulla salute umana.

In conclusione non c’è tempo da perdere. Ed è proprio il momento di agire.

di Redazione

17 marzo 2022

Lo stato dell’arte

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