Elettrodomestici: perché la PPR – Preparazione Per il Riutilizzo non ingrana?

Il 14 marzo del 2014 l’Italia ha introdotto la responsabilità estesa del produttore per tutti i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (gli addetti del settore li chiamano RAEE), ma ad oggi i risultati di preparazione per il riutilizzo (PPR) continuano a essere irrilevanti. Come mai? Eppure, secondo la gerarchia dei rifiuti imposta dalla legge, la preparazione per il riutilizzo è l’opzione prioritaria. In Francia il consorzio di produttori Eco-systèmes, su 587.000 tonnellate di raccolta dichiarata nel suo Rapporto 2021, riesce a riutilizzarne circa 7500. E’ l’ 1,3% del totale, non si può certo dire che sia molto, e probabilmente è solo una piccola frazione del reale potenziale di riutilizzo di quanto viene raccolto. Però è molto di più di quanto si riesce a fare in Italia. Cerchiamo di capire il perché.
Innanzitutto Eco-systèmes incorpora, dentro ai suoi risultati, anche 17.000 tonnellate che non sono rifiuti ma donazioni umanitarie fatte dai cittadini presso le sedi di Emmaus. Il resto viene raccolto, in qualità di rifiuto, presso una vasta rete di centri di raccolta che sono, in parte gestiti dalle imprese sociali che aderiscono alla federazione ENVIE. Rifiuti e donazioni confluiscono in impianti di selezione e, in piccola parte, in centri di riparazione. Dopodiché vengono riassorbiti in piccola parte dai negozi dell’usato di Emmaus ed ENVIE. Analizziamo ora la Federazione.

ENVIE e i dettagli del suo accordo con Eco-systèmes. ENVIE è costituita da cinquantadue imprese sociali distribuite sul territorio francese che dispongono di più di novanta sedi operative tra officine di riparazione, punti vendita e impianti di raccolta e trattamento dei RAEE. Circa il 70% dei suoi lavoratori (2000 persone) è inquadrato in un programma di inserimento lavorativo pagato dallo Stato. L’inserimento ovviamente non è eterno: dopo undici mesi o
poco più le sovvenzioni finiscono e queste persone se ne vanno. Eco-systèmes affida agli associati ENVIE la gestione dei punti di raccolta, concede loro la proprietà dei RAEE riutilizzabili intercettati ed accetta in restituzione gli apparecchi non rigenerati. L’accordo stipulato fra il consorzio e la federazione include alcune importanti clausole operative ed economiche: almeno il 15% del materiale raccolto deve essere preparato per il riutilizzo e distribuito nei punti vendita di Envie, e per ogni prodotto rigenerato venduto Eco-systèmes riconosce ad Envie un corrispettivo di cinque euro e mezzo. Aggiuntivamente, ENVIE riceve un corrispettivo denominato “sostegno al riutilizzo” che va dagli 80 ai 120 euro a tonnellata, fino a un massimale che viene fissato dalle controparti ogni anno; il “sostegno al riutilizzo” è calcolato facendo la differenza tra i volumi totali e quelli restituiti a Eco-systèmes per lo smaltimento.
I gestori dei negozi ENVIE seguono i procedimenti di un manuale operativo che, come prima cosa, li invita a studiare i prezzi applicati dai rivenditori dell’usato privati presenti nel territorio e ad assestare i propri prezzi di vendita sotto la soglia del mercato; questa politica è possibile grazie ai contributi ricevuti dallo Stato per coprire il costo del lavoro e ai corrispettivi ricevuti da Eco-systèmes. Questi ultimi, essendo calcolati proporzionalmente ai volumi di RAEE riutilizzati, sono un incentivo indiretto a mantenere i prezzi molto bassi. Difatti più basso è il costo più aumentano la rotazione commerciale e i volumi sui quali è calcolato il contributo. Quando ENVIE appare in un territorio gli altri operatori, piano piano, scompaiono.

Secondo Simone Brunetti, pioniere della preparazione per il riutilizzo degli elettrodomestici in Italia, il modello ENVIE nel nostro paese non può essere replicato. “Il loro modo di operare qui da noi sarebbe considerato illegale, c’è troppa promiscuità tra flussi di rifiuti e flussi di beni che non sono considerati rifiuti. E poi ricevono tantissimi soldi a fondo perduto, che si sommano ai contributi dei produttori e alle sovvenzioni per il reinserimento lavorativo dei disoccupati. Una pioggia di soldi così da noi non sarebbe neanche pensabile”. “L’impostazione di Envie è deformata in partenza”, ci riferisce un altro operatore italiano che non vuole si sappia il suo nome. “Per la rigenerazione degli elettrodomestici c’è bisogno di lavoratori specializzati, ma loro operano soprattutto con inserimenti lavorativi che dopo meno di un anno, quando hanno appena iniziato a capirci qualcosa, se ne devono andare. Questo ovviamente produce problemi di qualità e di efficienza, ma per ENVIE non è un problema perché quando vanno in perdita bussano alla porta dei loro finanziatori e si fanno dare altri soldi”.
Brunetti si è ritirato dal settore della preparazione per il riutilizzo e ora si dedica alla raccolta e alla distribuzione di elettrodomestici pre-consumo che vengono tolti dai canali di vendita delle grandi marche a causa dei danni da trasporto. La sua impresa si chiama Shoblo e ha sede a Fabriano. “In Italia, nonostante siano ormai otto anni che esiste la responsabilità estesa del produttore, la preparazione del riutilizzo non riesce a ingranare. I tempi di riparazione e controllo sono troppo lunghi e onerosi e non è facile coprirli a partire dal prezzo di mercato del prodotto. Per stabilire un punto di equilibrio favorevole non c’è alcun bisogno di arrivare agli eccessi francesi, basterebbero i contributi dei produttori. Però i nostri produttori non hanno alcuna intenzione di sforzarsi in questa direzione. Per loro la preparazione per il riutilizzo è un problema, non un’opportunità. Le cose si sbloccheranno solo in presenza di una legge che introduca obiettivi specifici ed obbligatori di preparazione per il riutilizzo”.

Lorenzo De Rossi, area manager di Mercatopoli, lancia un segnale di allarme: “in Italia il comparto degli elettrodomestici usati soffre sempre di più a causa dell’obsolescenza programmata dei prodotti. I malfunzionamenti imprevisti sono in aumento e questo sta generando una crisi di fiducia da parte dei consumatori”. In Francia nel 2015 questa pratica è diventata un reato, per il quale sono previste pene pari a 300.000 euro o al 5% del fatturato sul territorio francese e un massimo di due anni di carcere per l’amministratore dell’azienda. I legislatori di oltralpe definiscono obsolescenza programmata: “l’insieme delle tecniche progettate per ridurre deliberatamente la durata di un prodotto per aumentare il tasso di sostituzione”. In parole povere, i trucchi utilizzati dai produttori per limitare la longevità del prodotto, come ad esempio l’inserimento di componenti specifiche dalla qualità molto bassa.

Nei devices muniti di software, a volte, l’obsolescenza programmata avviene per mezzo di aggiornamenti che riducono sensibilmente le prestazioni del prodotto. E’ il caso di Samsung e Apple, che nel 2018 sono state multate dall’autorità antitrust italiana per la violazione di quattro diversi articoli del Codice del Consumo. L’azienda coreana è stata condannata a pagare 5 milioni di euro di multa e quella di Cupertino 10 milioni di euro. Nella sua direttiva del 2018 sull’Economia Circolare (2018/851) l’Unione Europea chiede alle aziende di cambiare diametralmente impostazione. In seguito alle modifiche alla direttiva sui rifiuti introdotte dalla 2018/251 “gli Stati membri possono adottare misure appropriate per incoraggiare una progettazione dei prodotti e dei loro componenti volta a ridurre i loro impatti ambientali (…). Tali misure possono incoraggiare, tra l’altro, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti (…) tecnicamente durevoli e facilmente riparabili e che, dopo essere diventati rifiuti, sono adatti a essere preparati per il riutilizzo e riciclati per favorire la corretta attuazione della gerarchia dei rifiuti”. Inoltre gli Stati membri “(…) incoraggiano la progettazione, la fabbricazione e l’uso di prodotti efficienti sotto il profilo delle risorse, durevoli (anche in termini di durata di vita e di assenza di obsolescenza programmata), riparabili, riutilizzabili e aggiornabili” e “incoraggiano, se del caso e fatti salvi i diritti di proprietà intellettuale, la disponibilità di pezzi di ricambio, i manuali di istruzioni, le informazioni tecniche o altri strumenti, attrezzature o software che consentano la riparazione e il riutilizzo dei prodotti senza comprometterne la qualità e la sicurezza”.

“Per le aree marketing delle case produttrici di elettrodomestici gli operatori dell’usato e i riparatori artigianali sono come il fumo negli occhi” ci spiega in videoconferenza Ernesto Bertolino, amministra l’azienda torinese Rigeneration assieme a suo fratello Riccardo. “I produttori temono che i loro apparecchi, quando finiscono in certi circuiti, presentino dei difetti che il consumatore assocerà al marchio. Questo è il motivo principale per cui non vogliono favorire la preparazione per il riutilizzo”. Secondo Bertolino “il conflitto può essere smorzato quando gli operatori dell’usato si presentano al consumatore come produttori dell’elettrodomestico rigenerato e promuovono contestualmente il loro marchio originale”. Nel suo laboratorio di Vinovo, autorizzato al recupero di rifiuti con codice R2, Rigeneration testa e ripara lavatrici, lavastoviglie e cappe da forno. I prodotti rigenerati vengono spediti ai quattro negozi specializzati di proprietà dell’azienda (tre a Torino e uno a Vinovo) oppure venduti per mezzo della piattaforma di e-commerce. “Nel caso della vendita online” ci dice Ernesto “la maggiore criticità è la fiducia del cliente, dato che non può toccare il prodotto con mano prima
dell’acquisto. Noi sopperiamo a questa carenza abbondando nelle schede descrittive, dove indichiamo con precisione quali interventi di riparazione e pezzi di ricambio sono stati applicati sul pezzo in questione. A generare fiducia è anche il riconoscimento della garanzia. Sui prodotti rigenerati la riconosciamo per un anno, sui resi pre-consumo riconosciamo due anni”. Nel 2020 l’azienda ha venduto circa 3000 pezzi ma c’è una forte tendenza di aumento, Ernesto annuncia che il modello verrà riprodotto in altre zone d’Italia.
Rigeneration è una società benefit, e I suoi quattordici impiegati sono in prevalenza soggetti svantaggiati e soggetti deboli. Alcuni di loro sono tecnici di grande esperienza, rimasti disoccupati a cinquant’anni a causa delle riduzioni di personale e degli accorpamenti dei centri d’assistenza operati da alcune grandi case produttrici. “Le competenze in questo ambito sono fondamentali, è in gioco la qualità del prodotto”. Per Rigeneration trovare i pezzi di ricambio non è un problema. Il core business dei fratelli Bertolino, infatti, è proprio la distribuzione dei prezzi di ricambio. L’azienda di famiglia Astelav, fondata da loro padre Giorgio, è tra i leader europei in questo settore. E tra i clienti di Astelav ci sono anche i francesi di ENVIE. Quando parliamo delle imprese sociali francesi Ernesto Bertolino fa un sorriso amaro. “Rigeneration non riceve contributi né dallo Stato né dai consorzi dei produttori. Al contrario, siamo noi a pagare caro sia lo Stato che i produttori. In output dall’impianto i prodotti, anche se usati, sono considerati dalla legge come nuovi. Questo significa non solo che paghiamo l’IVA al 22% senza poter beneficiare dei regimi fiscali concessi all’usato perché l’IVA non venga pagata due volte, ma anche che noi siamo considerati produttori a tutti gli effetti. Siamo quindi iscritti per obbligo di legge a uno dei consorzi che gestisce la responsabilità estesa del produttore e dobbiamo pagare un contributo ambientale su ogni singolo pezzo che reimmettiamo in circolazione”.

Pietro Luppi – Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone
Leotron, Gli specialisti della seconhand economy

28 marzo 2022

Economia circolare

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