L’Economia circolare oggi: il IV rapporto nazionale dal punto di vista del riutilizzo

L’economia circolare richiede un radicale cambiamento di approccio. Per contribuire a ricondurre il consumo delle risorse nei limiti della sostenibilità ambientale deve essere inserita in un progetto complessivo di riduzione degli sprechi e di allungamento della durata di vita degli oggetti mediante riparazione e riutilizzo per una seconda vita.

Economia Circolare: Riutilizzare, Allungare, Rinnovare

Lo scorso 7 aprile ENEA e il Circular Economy Network hanno reso pubblico il quarto Rapporto sull’Economia Circolare in Italia. Centotrenta pagine di dati e considerazioni sullo stato dell’economia circolare in Italia e nel suo contesto europeo e mondiale. In quanto a consumo di materie prime procapite l’Italia, con le sue 7,4 tonnellate ad abitante, fa meglio della Polonia (17,5 tonnellate), della Germania (13,4 tn), della Francia (10,3 tn) e della Spagna (8,1 tn), ma non bisogna farsi ingannare da questi numeri: il maggior consumo di materie prime non avviene nel luogo dove i beni vengono consumati ma laddove vengono prodotti, e il minor consumo italiano è da attribuire soprattutto alla sua forte tendenza a delocalizzare le proprie produzioni industriali in altri Paesi (che si fanno carico del relativo impatto ecologico).
In quanto al rapporto tra l’utilizzo di materie prime vergini e materie riciclate, l’Italia ha raggiunto un 21,6% posizionandosi al quarto posto tra i Paesi dell’Unione Europea dopo Francia, Belgio e Paesi Bassi. Per quanto riguarda il tasso d’uso dell’energia rinnovabile rispetto alle altre fonti di energia, l’Italia si assesta a un 18,2%, significativamente al di sotto della media europea di 19,7%, ma facendo leggermente meglio di Germania (17,4%) e Francia (17,2%).
Gli ambiti dove l’Italia va peggio sono il consumo del suolo (il 7,1% del nostro paese è coperto da superfici artificiali, ben al di sopra rispetto alla media europea, che è appena del 4,2%) e l’ecoinnovazione, dove l’Italia risulta molto indietro sia sul piano di investimenti che in relazione ai risultati ottenuti (il suo indice di risultato è 102 a fronte di una media europea di 140). L’Italia è invece saldamente in prima posizione rispetto agli Stati europei per quanto riguarda il recupero dei rifiuti, che ha riguardato il 68% dei rifiuti prodotti (54% dei rifiuti urbani e 75% dei rifiuti speciali).

Occore però, per l’Italia come per il resto del mondo, valutare non solo le percentuali del recupero rispetto ai rifiuti prodotti ma anche la quantità assoluta dei consumi e della produzione dei rifiuti. Sul livello globale, riferisce il Rapporto, i dati consuntivi e previsionali sull’incremento del consumo di materie prime sono a dir poco allarmanti: “negli ultimi cinque anni i consumi sono cresciuti di oltre l’8% (da 92,8 a 100,6 miliardi di tonnellate – Gt), a fronte di un incremento del riutilizzo di appena il 3% (da 8,4 a 8,6 Gt). Tra il 2018 e il 2020 il tasso di circolarità è sceso dal 9,1 all’8,6% (Circularity Gap Report). Questo andamento negativo dipende dall’aumento dei consumi, che negli ultimi cinque anni sono cresciuti di oltre l’8% (da 92,8 a 100,6 miliardi di tonnellate – Gt), a fronte di un incremento del riutilizzo di appena il 3% (da 8,4 a 8,6 Gt). Per creare beni e servizi è stato dunque sfondato il muro dei 100 Gt di materie prime consumate in un anno e più della metà di questa enorme massa di materiali è stata impiegata per creare prodotti di breve durata. Recuperiamo meno del 9% del mare di risorse che ogni anno strappiamo alla Terra. L’uso di materiali sta accelerando a una velocità superiore alla crescita della popolazione: stiamo cioè andando – a livello globale – in direzione opposta a quella indicata dal Green Deal…”
Un incremento esponenziale e insostenibile che avviene (e rischia di proseguire) in barba alle sempre più frequenti ed altisonanti dichiarazioni d’intenti proclamate dai governi nei summit internazionali.

Maurizio Pallante, ecologista, scienziato e scrittore, in un articolo apparso di recente sul sito dell’associazione SequS, ha segnalato la necessità di un radicale cambiamento di approccio. “Se il prodotto interno lordo cresce com’è previsto dal modo di produzione industriale”, ha scritto Pallante “i materiali recuperati dagli oggetti dismessi nell’anno precedente, anche se venissero riutilizzati al 100% non basterebbero a sostenere la crescita della produzione dell’anno seguente. Inoltre il riciclo richiede un consumo energetico. Pertanto il consumo di risorse crescerebbe. Meno di quanto se non si facesse nulla, ma crescerebbe. E la crisi ecologica si aggraverebbe. Per contribuire a ricondurre il consumo delle risorse nei limiti della sostenibilità ambientale, l’economia circolare deve essere inserita in un progetto complessivo di riduzione del prodotto interno lordo attraverso la riduzione degli sprechi e l’allungamento della durata di vita degli oggetti. Se non si imposta in questo modo, la proposta dell’economia circolare si riduce a un alibi ambientalista. Lo dimostra il fatto che nel 2021 l’indice di circolarità nei Paesi dell’Unione europea è stato dell’8,6 %. Il 91,4% dei materiali contenuti negli oggetti dismessi non è stato riutilizzato”.
Sull’allungamento della durata di vita degli oggetti, che per Pallante ha un’importanza cruciale, il Rapporto sull’Economia Circolare non dice molto. In merito alla riparazione, in una stringata paginetta, il Rapporto si limita a riferire che in Italia sono attive 23.000 imprese e che il loro numero è in forte contrazione (circa il -20% rispetto ai livelli del 2010).
Al riutilizzo, invece, non è dedicata neanche una riga in termini descrittivi, anche se va detto che gli autori del Rapporto lo menzionano molte volte e chiedono di promuoverlo in varie forme (inserendo specifici obiettivi quantitativi nella norma ambientale, annullando l’IVA, favorendo lo sviluppo di impianti di preparazione per il riutilizzo, ecc…). Come mai il il settore del riutilizzo non viene citato?
Alessandro Stillo, presidente di Rete ONU (operatori dell’usato) ha commentato i dati del Circular Economy Network dichiarando che; “la scarsità di materie prime rende il riciclo conveniente per l’industria, mentre al riutilizzo – seppur importantissimo in termini di utilità collettiva – non viene dato impulso perché alcuni settori industriali temono che porti a una riduzione del prezzo dei prodotti nuovi”. Ha fatto eco a Stillo Alessandro Giuliani, portavoce delle rete degli operatori dell’usato: “è necessario trovare insieme nuovi concetti economici e di marketing perché si estingua definitivamente la differenza tra “nuovo” e “usato”, dato che tale differenza è di natura unicamente culturale ed è ormai obsoleta”.

di Redazione Leotron – Gli specialisti della seconhand economy

25 maggio 2022

Lo stato dell’arte – Second life

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