Le Materie Prime Critiche (MPC) dal riciclo dei RAEE: una leva strategica per il Paese

Dal riciclo dei RAEE potremmo avere 7,6 mila tonnellate di materie prime critiche, con vantaggi economici (14 milioni di euro di importazioni evitate), ambientali e sociali. Ma serve un’azione decisa su raccolta, impianti, norme.

Le Materie Prime Critiche, oltre a essere fondamentali per numerose attività industriali,
sono anche un prerequisito essenziale per lo sviluppo di settori innovativi e ad alto potenziale

Il riciclo dei rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) può ridurre le incertezze della fornitura di Materie Prime Critiche (MPC) essenziali per il nostro sistema produttivo, con un vantaggio economico di 14 milioni di euro per le mancate importazioni. E poi ci sono i vantaggi – ambientali ed economici – legati alla riduzione delle emissioni di oltre 1 milione di tonnellate di CO2. Un position paper realizzato da The European House – Ambrosetti per Erion, “Gli scenari evolutivi delle materie prime critiche e il riciclo dei prodotti tecnologici come leva strategica per ridurre i rischi di approvvigionamento per l’Italia”, mette nero su bianco la convenienza del rafforzamento di raccolta e riciclo dei rifiuti elettrici ed elettronici.

L’analisi della situazione europea in merito alla produzione di queste materie prime, che entrano nella realizzazione di oggetti (come telefoni cellulari, lavatrici, ecc.) di uso quotidiano e ormai diventati indispensabili, evidenzia come sebbene nell’Unione Europea esista la produzione interna di alcune di esse come l’afnio, nella maggior parte dei casi l’UE dipende dalle importazioni da Paesi terzi. In particolare, la Cina fornisce all’Unione Europea circa il 98% delle terre rare, la Turchia il 98% del borato, il Cile il 78% del litio, il Sudafrica il 71% del platino e una percentuale ancora più alta per i materiali del gruppo del platino: iridio, rodio, rutenio.
La crescente rilevanza delle materie prime critiche è testimoniata dal fatto che la Commissione Europea ne identificava 14 nel 2011, numero salito a 30 nell’ultimo censimento del 2020. Tra di esse, terre rare pesanti e leggere mostrano il più alto rischio di fornitura.

Per cercare di limitare i rischi legati a questi approvvigionamenti e rafforzare la propria autonomia strategica, la Commissione Europea ha lanciato nel 2020 il Piano di azione per le materie prime critiche. Tre gli assi strategici del Piano:
– ridurre la dipendenza dalle materie prime critiche prime tramite l’uso circolare delle risorse, i prodotti sostenibili e l’innovazione, anche con il lancio di specifici progetti di ricerca e innovazione;
– rafforzare l’approvvigionamento interno di materie prime critiche nell’Unione Europea;
– diversificare l’approvvigionamento dai Paesi terzi e rimuovere le distorsioni del commercio internazionale.

La produzione industriale italiana dipende per 564 miliardi di euro (pari a circa un terzo del PIL al 2021) dall’importazione di Materie Prime Critiche extra-UE. “Uno scenario aggravato anche – precisa lo studio Ambrosetti – dall’attuale contesto di conflitto russo-ucraino in quanto l’Italia risulta esposta verso la Russia per Materie Prime Critiche che entrano nella produzione di quasi 107 miliardi di euro, legati alla fornitura di Palladio (35%), Rodio (33%), Platino (28%) e Alluminio primario (11%)”. Nello specifico, nel nostro Paese, ben 26 Materie Prime Critiche (CRM) su 30 sono indispensabili per l’industria aerospaziale (87% del totale), 24 per quella ad alta intensità energetica (80%), 21 per l’elettronica e l’automotive (70%) e 18 per le energie rinnovabili (60%). Un settore, quest’ultimo che, con la transizione ecologica ed energetica, è destinato a forti potenziali di crescita della domanda di Materie Prime Critiche, essenziali allo sviluppo dell’industria dell’eolico, del fotovoltaico e della mobilità elettrica.
Le Materie Prime Critiche, oltre a essere fondamentali per numerose attività industriali, sono anche un prerequisito essenziale per lo sviluppo di settori innovativi e ad alto potenziale, in quanto utilizzate nelle turbine eoliche, nei pannelli fotovoltaici e nelle batterie. Non è solo l’Italia, ma l’intera Unione Europea – dove le Materie Prime Critiche contribuiscono alla generazione di oltre 3 trilioni di euro – a dipendere da Paesi terzi per l’approvvigionamento. La Cina è di fatto il primo fornitore di Materie Prime Critiche in Europa (44% del totale) e principale esportatore dell’UE di terre rare (98% del totale); proprio quest’ultime, che contribuiscono alla generazione di quasi 50 miliardi di euro della produzione industriale italiana, hanno visto crescere tra il 2017 e il 2020 il rischio di fornitura di quasi 1 punto. Si tratta di un primato che la Cina detiene anche a livello mondiale (66% del totale), superando di quasi 4 volte le quote di Sud Africa (9%), Repubblica Democratica del Congo (5%) e Stati Uniti d’America (3%), che insieme arrivano al 17%.

Grazie ai RAEE insomma disponiamo già di una miniera urbana quanto mai strategica, ma che stentiamo a valorizzare. Perché?
Ai rischi della fornitura si associa il bassissimo livello di riciclo: In Europa, “la dipendenza da Paesi terzi si somma ad un basso tasso di un riciclo – sotto il 10% – per la maggioranza delle materie prime critiche”.
Nell’attuale contesto geopolitico di forte instabilità, la concentrazione di Materie Prime Critiche in Paesi terzi rende sempre più urgente un investimento nella produzione domestica di MPC. Con 55,5 milioni di tonnellate prodotte a livello globale nel 2020 e una previsione di crescita al 2030 pari a 75 milioni di tonnellate, i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE), da cui si possono ricavare Materie Prime Critiche, rappresentano un’importante fonte alternativa di approvvigionamento. Diventa, quindi, strategico, migliorare il riciclo dei rifiuti tecnologici in Europa (maggior produttore di rifiuti elettronici, con una quantità pro capite pari a 16,2 kg), ma soprattutto in Italia se si considera che nel 2021 solo il 39,4% di questi è stato riciclato correttamente, a fronte di un target europeo da raggiungere del 65%. Lo stesso vale per pile e accumulatori, per cui il nostro Paese è tra gli ultimi classificati in Europa con il 43,9%.

Secondo lo Studio, se l’Italia raggiungesse il tasso di raccolta dei best performer europei (70-75%), si potrebbero recuperare 7,6 mila tonnellate di Materie Prime Critiche, pari all’11% di quelle importate dalla Cina nel 2021. Al contrario, con l’attuale tasso di raccolta, al 2025 non sarebbero recuperati circa 280 mila tonnellate, pari ad una perdita di 15,6 mila tonnellate di Materie Prime Critiche. L’aumento del tasso di raccolta dei RAEE genererebbe, inoltre, notevoli benefici ambientali, con una riduzione di quasi 1 milione di tonnellate di CO2, che si tradurrebbero in benefici sociali per la comunità quantificabili in circa 208 milioni di euro. Infine, la maggiore disponibilità di Materie Prime Critiche a sostegno dell’intera economia del Paese ridurrebbe il costo delle importazioni, generando un vantaggio economico pari a quasi 14 milioni di euro.

I motivi per cui i nostri tassi di riciclo RAEE sono ancora così bassi? Oggi siamo costretti a cedere all’estero il recupero delle Materie Prime Critiche per mancanza di impianti idonei al riciclo, sostiene Giorgio Arienti Direttore Generale di Erion WEEE. E inoltre, il mancato contrasto ai flussi illegali, gli ostacoli che i cittadini incontrano nell’attuare comportamenti ambientalmente virtuosi, fino alla carenza impiantistica, fanno sì che ancora oggi si sprechino migliaia di tonnellate di Materie Prime Critiche, cedendole all’estero o lasciando che vadano perse in canali clandestini.

Per centrare gli obiettivi italiani di raccolta dei RAEE,si deve agire su tre dimensioni: normativa – adeguamento della disciplina di raccolta dei prodotti tecnologici per ampliare i canali di conferimento dei RAEE di piccole dimensioni e pile – volumi; incentivazione di meccanismi di raccolta, sviluppo di “ecopoint” diffusi sul territorio e creazione di meccanismi di controllo a contrasto ai flussi paralleli – e, infine, impiantistica – semplificazione delle procedure autorizzative (in media oggi la realizzazione di un impianto richiede 4,3 anni), così da garantire tempi certi di esecuzione anche attraverso l’adozione di modelli per favorire una «gestione del consenso» sul territorio, oltre a un incremento della capillarità dei centri di raccolta, oggi distribuiti territorialmente in modo disomogeneo.

Paolo Serra – Vicepresidente Associazione RELOADER onlus

3 luglio 2022

Economia circolare

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