Il leccio: l’albero mediterraneo, dimora per le ninfe ispiratrici dei Romani, che risuona dell’infinito canto di cicale

Sul colle vaticano, gia ai tempi di Plinio viveva un leccio antico che era venerato dai Tiburtini molto prima della fondazione di Roma.

Il leccio di Faltognano. Vinci (FI)

Su di una altura che domina la bassa val d’Arno, a Faltognano presso Vinci, vegeta da circa 250 anni un leccio (Quercus ilex). L’età e le malattie ne hanno segnato il portamento che comunque resta maestoso. Possiede un tronco del diametro di oltre 2 metri e servirebbero 5 persone per abbracciarlo. Le branche divaricate sono oggi tutelate a mezzo di sostegni, ma la chioma copre una superficie di oltre 350 metri quadri ed arriva ad una altezza di 18 metri.
Il vecchio ha visto Napoleone passare nella valle e Garibaldi ha riposato sotto la sua chioma.

Il leccio é forse l’albero mediterraneo per antonomasia. É una quercia ma particolare: intanto è sempreverde con foglie coriacee e scure, carattere che condivide con sole 3 altre congeneri (Q.suber, Q.macedonica e Q.coccifera) e produce ghiande commestibili come sole altre 2 sorelle (Q.cerris e Q.macrolepis ).
Il pane di leccio era un alimento essenziale ad esempio per gli etruschi che lo producevano aggiungendo un po’ di argilla all’impasto, pratica che si é conservata in Sardegna fino ai vicinissimi anni 60 del secolo scorso ed 《era comunemente il sostanzioso alimento dei prischi uomini, che vissero nella primiera età del mondo》 come diceva Matteo Madao citato da G. Mantovano ( la cucina italiana. Origini, storia e segreti. Roma 1987).


La fioritura del Leccio avviene nel periodo compreso tra giugno ed agosto mentre la fruttificazione avviene nei mesi di settembre-ottobre. La pianta inizia a produrre ghiande attorno ai dieci quindici anni di età. Ogni 2 o 3 anni si assiste ad una produzione molto abbondante di ghiande che sono le più dolci di tutte le querce, per questo motivo, nella tradizione contadina, le ghiande del leccio sono state a lungo impiegate per la produzione di farina impiegata per la preparazione di pane e dolci.


Pane di ghiande dolci di leccio

Le querce sono venerate da sempre nel bacino del Mediterraneo; greci, romani, etruschi, tutti le consideravano potenze della natura, degne di culto ed infatti non vi é epoca in cui una qualche leggenda non leghi una quercia ad un qualche evento locale, perché le querce attirano i fulmini e venivano viste quindi come “antenne” divine. Boschi di leccio erano dimora per le ninfe ispiratrici degli uomini, come ai piedi dell’Aventino dove viveva Egeria musa di re Numa. Sul colle vaticano, gia ai tempi di Plinio viveva un leccio antico che era venerato dai Tiburtini molto prima della fondazione di Roma.
Dai primordi in cui era simbolo divino, forse a causa del suo aspetto curvo e oscuro, il leccio passò a descrivere luoghi tetri fino a diventare uno degli alberi di Ecate guardiana dell’oltretomba e la chiesa, appropriandosi di questo simbolismo ci rivela che il leccio fu l’unico albero che non si rifiutò di fornire il legno per la Croce e per questo venne maledetto come un Giuda arboreo, ma nei Detti del beato Egidio, terzo compagno di San Francesco, si dice invece che sia l’albero preferito da Cristo perché appunto fu l’unico a comprendere l’inevitabilità e l’assoluta necessità del sacrificio di Gesù, come un Giuda del quale ci si chieda se il suo fu un tradimento o la più alta fedeltà.

Il leccio fornisce all’uomo innumerevoli servigi; il legname anche se non molto gradito ai mobilieri e duro e resistente all’usura e se ne fa bastoni, porte e manici per asce; le frasche possono essere usate da lettiera o da combustibile e le ghiande, come accennato sono ottimo alimento per uomo e animali, (non c’è lecceta che non sia frequentata dai cinghiali) e fornisce le galle, di molti tipi, causate dalla puntura di insetti cui la pianta risponde con la produzione di escrescenze dalla forma, colore e consistenza diverse e caratteristiche dell’aggressore. Ce ne parla già diffusamente Teofrasto nel “de causis plantarum” citandone l’uso per l’estrazione dei tannini in uso in conceria, nella produzione di inchiostri ed anche in medicina.
Anticamente i greci chiamavano le cicale Dryokoitai ossia quelle che dormono nelle querce ed in effetti non c’è lecceta in estate che non risuoni dell’infinito canto di queste sfaccendate vacanziere.

Massimo Luciani – Etnobotanica

7 luglio 2022

Storie di alberi e piante

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