Riutilizzo: come lo percepiscono le Istituzioni pubbliche?

Mercato Storico di Porta Portese – Roma

L’economia circolare e il second hand sono diventati un trend: basta accendere la TV per verificare quanto stia diventando diffuso il vendere e comprare usato. Tutto ciò lascia presagire ad una grande espansione di questo mercato. Ma sarà tutto oro quello che luccica?

Il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto”, ripetono come un mantra gli addetti del settore ambientale. Ma di politiche che sostengano il settore dell’usato ancora non c’è n’è traccia, e tantomeno esistono programmi concreti per implementare la preparazione per il riutilizzo, che secondo la definizione di legge è la procedura di trattamento che consente a un rifiuto riutilizzabile di essere reimmesso in circolazione. Stanziare fondi non è sufficiente: occorre anche avere una minima cognizione del settore su cui si interviene, e su questo, purtroppo, dal lato istituzionale esistono gravi carenze.
La gerarchia dei rifiuti indicata dalla norma europea e nazionale è chiarissima: prima il riutilizzo (che è un’azione di prevenzione dei rifiuti) e dopodiché, una volta che si è entrati nel ciclo dei rifiuti, la priorità diventa la preparazione per il riutilizzo.
Come mai, nonostante la gerarchia sia questa, e in linea di principio sia stata fissata da molti anni, la politica delle istituzioni pubbliche sembra non volerne prendere atto se non in modo squisitamente teorico o compiendo iniziative irrilevanti e di carattere sostanzialmente ludico o pubblicitario o, ancor peggio, impiegando fondi in modo sconsiderato (sto pensando ai milioni di euro destinati nell’ultimo decennio dalle varie Regioni per finanziare centri di riuso in base a regole inapplicabili)?
Le risposte a queste domande sono tante. Ci sono problemi politici e problemi legati ai driver d’interesse dei gestori. Ma alla radice, evidentemente, molto dipende da un forte nodo sul piano della percezione. Leotron ha pubblicato molti contenuti negli ultimi anni sul tema delle aree di percezione dei consumatori dell’usato.

Oggi, invece, voglio iniziare ad introdurre un altro tema altrettanto importante: la percezione che hanno dell’usato le istituzioni pubbliche. Ecco alcuni spunti, considerazioni e punti interrogativi che sottolineano i motivi per i quali le istituzioni hanno una percezione distorta del mondo dell’usato.

Prima considerazione: in Parlamento giacciono ormai da tre anni, incardinate, quattro proposte di legge ispirate alle proposte degli operatori dell’usato e firmate da un vasto arco di forze politiche. E’ noto che questo percorso ha dei nemici politici, e in primis i gruppi di ambulanti che vorrebbero emarginare i loro colleghi dell’usato, ma non credo che questo basti a giustificare tale paralisi. Le forze politiche che avrebbero il potere di mandare avanti il percorso da loro stesse iniziato, dando al settore del riutilizzo la possibilità di agire in un quadro regolamentato ed economicamente sostenibile, non agiscono perché, molto semplicemente, non reputano la questione importante. Non ci perdono tempo. Il fatto che l’usato impieghi 100.000 persone e reimmetta in circolazione 500.000 tonnellate di merci all’anno non è evidentemente una questione abbastanza importante. Rete ONU, l’associazione di operatori di cui sono portavoce, rappresenta 13.000 adetti e spesso viene convocata dalle istituzioni pubbliche. Ciò che ha da dire non viene ascoltato o molto più facilmente non viene capito dai decisori incaricati di disegnare le politiche ambientali.
Non passa il concetto che usato e riutilizzo sono esattamente la stessa cosa, e che ogni politica sensata a favore del riutilizzo è per forza di cose, una politica che sostiene l’usato.

Negozio dell’usato – Roma

Le domande da farsi sono sicuramente molte.
Perché non passa la volontà di adottare una politica a sostegno dell’usato?
Perché gli operatori del riutilizzo/usato continuano a pagare IVA iva del 22% su prodotti usati o sui servizi per la vendita dell’usato?
Perché la categoria della vendita dell’usato c/terzi non ha un codice ATECO adatta a questo tipo di attività?
Perché gli operatori dell’usato pagano solitamente una Tariffa Rifiuti equivalente ad un’attività commerciale nonostante una commissione tributaria regionale ne abbia sentenziato l’illegitimità?
I problemi di percezione riscontrabili sul piano nazionale (Parlamento, Senato, Ministero della Transizione Ecologica) sono ben presenti anche sul piano locale. Negli uffici dei dipartimenti ambiente della maggioranza dei Comuni italiani, con evidente carenza logica, si ragiona assieme ad associazioni e associazioncine locali sull’elargizione di modiche cifre da dedicare a iniziative di baratto, o centri di riuso e quant’altro. Tutte iniziative di indubbio valore culturale, che però hanno poche chance di produrre rilevanti risultati ambientali, sociali, occupazionali, di sviluppo locale, ecc…

Parallelamente, proprio negli stessi uffici dove si progettano queste lodevoli iniziative, vengono sistematicamente cassate le richieste di riduzione della tariffa rifiuti che arrivano dai microimprenditori locali del riutilizzo… pardon… dell’usato! Le richieste di questi microimprenditori possiedono una logica talmente evidente da sembrare lapalissiana: un negozio che espone e vende beni usati privi di imballaggio, non solo fa un’importante opera di prevenzione dei rifiuti perché reimmette in circolazione le merci, ma produce molti meno rifiuti di un negozio che vende beni nuovi, e moltissimi meno rispetto a un supermercato (che lavora con scatole, scatoloni e chilometri di cellophan tutti i giorni). Eppure ai negozianti dell’usato, nella maggior parte dei casi, vengono applicate le stesse tariffe della grande distribuzione. Il paradosso è che un mercatino dell’usato ha chiamato in causa il comune ed è arrivato addirittura ad ottenere sentenza in via definitiva, che ha condannato il Comune, da parte di una commissione tributaria regionale! Delle lacune logiche degli enti locali soffrono anche gli operatori dell’usato ambulanti e gli svuotacantine/rigattieri, che nonostante facciano del loro meglio per sopravvivere onestamente, vengono continuamente bistrattati proprio dagli stessi enti che, ai sensi della legge 14 del 2009 (articolo sexies-valorizzazione ai fini ecologici dei mercati dell’usato) avrebbero il dovere di promuoverli e sostenerli. La parte più tradizionale e popolare del mercato Balon di Torino, quella gestita dall’associazione Vivibalon, nonostante lavorasse nel pieno rispetto delle regole due anni fa è stata spostata in periferia. I rigattieri del mercato storico di Porta Portese, gioiello culturale della Capitale, continuano a lottare, decennio dopo decennio, contro amministrazioni comunali che sembrano percepirli più come un fastidio che come una risorsa.
Anche sui fronti locali Rete ONU ha compiuto numerose battaglie, a volte vincendole, ma continua ad essere costretta a sfidare degli orizzonti di senso inspiegabilmente ristretti.

Che fare? L’Unione Europea, in modo lungimirante, ha perfettamente capito che l’economia circolare si imporrà veramente quando a sospingerla non sarà solo un sussulto morale ma anche una corrente di gusto e di percezione, e per questa ragione ha messo in campo il programma New Bauhaus stanziando, per iniziare, ben 500 milioni di euro. Il modo più efficace per impiegarli a favore del riuso non sarà mediante le ennesime azioni di sensibilizzazione dei cittadini (che sull’importanza e bellezza dell’usato sono già ben edotti, e per questo accorrono in massa nei punti vendita della seconda mano), ma mettendo in campo contundenti interventi di sensibilizzazione e formazione delle istituzioni pubbliche, le quali vanno scosse e sviate dai loro abituali, e ormai privi di senso, sentieri di percezione.

Alessandro Giuliani – Leotron, Gli specialisti della seconhand economy

28 luglio 2022

Second life

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