CAMBIA IL CLIMA, CAMBIA IL VINO

Leggo con preoccupazione che grazie all’emergenza climatica sono sempre più a serio rischio i vitigni e le zone di produzione storiche del nostro Paese. La viticoltura è una delle coltivazioni che fa della tradizione italiana un marchio nobile e riconosciuto nel mondo. Ma è anche è una delle attività agricole più suscettibili alle variazioni di temperatura e umidità, come agli eventi avversi, quali gelate, grandinate e ondate di calore.

Nell’ultimo decennio, però, il vino ha risentito sempre più dei cambiamenti climatici, diventati ormai strutturali e in grado di modificare notevolmente la geografia enologica, in Italia come altrove. Il cambiamento climatico è una certezza scientifica assodata. Se tutta l’agroindustria ne risente, alcune colture particolarmente sensibili accusano maggiormente tali variazioni, a partire dagli eventi estremi, e tra queste c’è sicuramente la viticoltura. Tra gli indicatori più evidenti dell’aumento delle temperature ci sono le vendemmie anticipate e su larga scala la migrazione a quote più alte e verso Nord dei vigneti, dove fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile trovarli. Il Piemonte per esempio è una delle regioni più interessate da questo fenomeno, dove alcune zone e vitigni hanno vissuto cambiamenti rapidi e netti. In pochi anni i vigneti di chardonnay e il pinot nero usati per lo spumante Alta Langa si sono spostati dai 250 fino agli 800-1000 metri di altitudine, per mantenere la stessa acidità e freschezza richiesta per questo tipo di prodotto. Gli esperti confermano che i cambiamenti climatici determinano variazioni significative di carattere sensoriale e organolettico, e sono tanti i casi esemplari che riprovano la delicatezza degli equilibri necessari per ottenere produzioni soddisfacenti per qualità e per quantità, o quantomeno conformi agli standard attesi.

L’Istituto nazionale francese della ricerca agronomica (Inra) sostiene che se, come ormai previsto, entro il 2050 le temperature medie salissero di 2 gradi centigradi, il 56% delle attuali regioni vitivinicole nel mondo potrebbe sparire. Se poi entro il 2100 l’aumento raggiungesse i +4 gradi, questa perdita arriverebbe all’85%. A soffrire sarebbe soprattutto l’area mediterranea, con Italia e Spagna che perderebbero rispettivamente il 68 e 65% di aree climaticamente idonee, in uno scenario di riscaldamento di +2 °C.

Per contrastare questo declino occorrono diverse azioni: una visione agroecologica che innanzitutto faccia comprendere a fondo la capacità dei diversi vitigni – specialmente di quelli autoctoni – di adattarsi ai cambiamenti e consenta di utilizzare il territorio in modo nuovo e diverso. Puntare sulla biodiversità: l’aumento della biodiversità agricola in vigna potrebbe, sempre secondo gli esperti dimezzare le perdite delle zone vitivinicole nel primo scenario climatico citato (+2 gradi al 2050) e ridurle di un terzo nel secondo (+4 gradi al 2100). A livello globale, ad ogni modo, il futuro delle aree vinicole storiche dipende in gran parte dalle decisioni politico-sociali che saranno prese nei prossimi anni e dalle azioni contro il riscaldamento globale che saranno messe in campo.

Riccardo Bucci

Editoriali – Lo stato dell’arte

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